Il rap di Jovanotti promosso in filosofia

Il rap di Jovanotti promosso in filosofia

Personaggi. Si trasforma in happening l’incontro tra il cantante e il professore a Catania

Sgalambro il «pessimista»: il tuo pensiero positivo è gioia francescana

Catania. Nel vederli duettare si poteva anche pensare che le parti si fossero invertite. L’uno suadente nell’illustrare la sua teoria del «pensare positivo», l’altro quasi corrucciato dietro gli occhiali scuri da bluesman. Il rapper e il filosofo in certi momenti si sono scambiati la parte, dando vita a un insolito happening.
È l’intuizione di Franco Battiato per l’apertura dell’estate catanese. Nulla di più provocatorio: invitare Jovanotti non per cantare, ma per parlare. E, visto che la sua presenza richiama migliaia di fan, perché non affiancargli il più cupo tra i filosofi italiani, il catanese Manlio Sgalambro? Il bianco e il nero: uno spettacolo che lunedì sera è andato in scena nel chiostro dell’Università. Un incontro che si è chiuso con Jovanotti a cantare accompagnato dalla chitarra.
Ma la singolarità dell’avvenimento sta tutta nel contrasto tra i libri dell’uno e le canzoni dell’altro. «Le arti – ha scritto il filosofo – sono una magistrale idiozia di chi vuole insegnare a stare bene nel mondo. Cosa assurda e pericolosa». Il teorico del pensare positivo dice invece di essere «un ignorantone» che ha letto I promessi sposi sul Bignami e ha «guardato le cose di Sgalambro senza capirci nulla». Forse è solo pretattica, ma funziona. Anche perché il professore attacca in modo troppo ostico, con i suoi fogli dattiloscritti e le citazioni latine.
Quanto basta perché Jovanotti possa subito conquistare pubblico e interlocutore. La prima mezz’ora è un monologo sulle ragioni del «pensare positivo». «Le canzoni mi nascono dentro da qualcosa che noto, da una sensazione. Esempio: Penso positivo è nata ascoltando Bocca di rosa di De André. Quel ritornello, quella metrica, mi hanno fatto venire di getto: “Io penso positivo / perché son vivo / perché son vivo”. Mi fermavo sull’ultima parola: “Nessuno mi può fermare”. Da che cosa? Poi ho trovato: “Dal ragionare”. L’unica cosa che non si può imprigionare. Quella canzone è nata da sensazioni negative alle quali volevo reagire in modo positivo. Io cerco le energie per migliorare. Magari i filosofi dicono che non è possibile. Ma non sono un filosofo e mi piace pensare che sia possibile».
Sgalambro ascolta impassibile, Jovanotti rilancia: «Attenzione. Il fatto che penso positivo non vuol dire che io non veda. Vuol dire che credo». E poi c’è l’elogio del rap che «avendo pochissima melodia, ha ridato vita alla parola: la canzone era ormai arrivata a un punto morto. Non c’era più niente di nuovo, anche nei testi. Il rap ha dato forza a una parola semplice, diretta, fatta di poche metafore».
La platea è tutta per lui: si avvicinano per un bacio, per regalare un libro, per mostrare il look da fedelissimi. Tanto che c’è chi osa: «Professor Sgalambro, ma chi glielo ha fatto fare?». E poi chiede: «L’ignoranza trionferà?». «C’è un’ignoranza felice – replica il filosofo – e un sapere corrotto. A questo preferisco l’ignoranza felice che spero trionfi». E subito precisa: «Quella di Lorenzo è solo un’ignoranza metodologica, che si fa ingenuità per scoprire le cose». E alla fine la «teoria del pensare positivo» di Jovanotti riceve quasi la benedizione del filosofo: «Altri l’hanno già teorizzata, ma mentre quelli che ne scrivono sono spesso sciatti, seguaci di una positività ottusa, Jovanotti esprime invece una positività francescana, gioiosa. E c’è una certa differenza».


Alfio Sciacca, Il rap di Jovanotti promosso in filosofia in “Corriere della Sera”, 3 luglio 1996

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