Jovanotti-Sgalambro, dall’«Ombelico» a Lessing

Jovanotti-Sgalambro dall-Ombelico a Lessing

Sorprendente confronto a Catania fra il rapper più popolare e il filosofo più arduo: un’idea di Battiato

«Sono ignorante ma non cretino». «Meglio un’ignoranza felice che un sapere corrotto»

Dialogo tra sordi con una sottile complicità, davanti a mille giovani

Catania. Che cosa c’entra il rap con la filosofia «estrema»? Che ci fa uno come Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, a faccia a faccia con uno dei pensatori più acuti di questa fine secolo, Manlio Sgalambro? L’incontro è stato seguito con passione e in religioso silenzio da un migliaio di giovani, a quanto pare innamorati dell’Ombelico del mondo quanto di Gotthold Lessing. La responsabilità di un simile evento è di un altro «filosofo», quel Franco Battiato che per il secondo anno consecutivo ha organizzato l’Estate catanese voluta dall’amministrazione comunale di Enzo Bianco.
«Ho provato a leggere due libri del professor Sgalambro – ha detto Jovanotti entrando nel chiostro del Rettorato – ma non ho capito nulla. Sono spaventato però sono contento di essere venuto».
Il dibattito lo ha avviato il filosofo, con una dotta dissertazione sui testi delle canzoni: «Teoria della canzone significa non che la canzone venga elevata alla sua dignità dalla teoria, ma che la canzone eleva a dignità la teoria che se ne fa carico». Jovanotti, in silenzio, ascoltava con lo sguardo un po’ perso. «Se l’opera lirica fu la musica del XIX secolo – ha proseguito Sgalambro –, di questo secolo lo è sicuramente la canzonetta. Come le grandi esperienze musicali di un Beethoven e di un Bach si ruppero le corna contro la musica d’opera, oggi i raffinatissimi Stravinskij e Schönberg e Stockhausen vivono la loro avventura nelle avventure di quella musica che una volta, come si diceva delle donne di facile costume, fu detta leggera»;.
Così il settantaduenne Sgalambro ha introdotto il giovane rapper, che a sua volta, preso il microfono, ha esordito: «So di essere un ignorante perché ho cominciato a leggere tardi, e pure poco. A scuola ho fatto come tutti, ho imparato l’essenziale per le interrogazioni». La «giustificazione» gli serve per l’affondo: «Sono ignorante ma non cretino. Vedo quello che c’è attorno a me. Vedo, e credo nella possibilità di cambiare qualcosa. C’era molto pessimismo nella canzone italiana. Nelle mie canzoni c’è forse un messaggio politico, quello appunto dell’ottimismo. E il rap è lo stile giusto, perché dà spazio ai testi».
Sembra un dialogo tra sordi, eppure c’è una sorta di complicità tra il filosofo e il cantante. Sgalambro si nasconde dietro un paio di occhiali scuri e ascolta le tante domande del pubblico. Dal fondo del chiostro qualcuno gela tutti con un «professore, ma chi gliel’ha fatto fare a venire qui stasera? Pensa che l’ignoranza trionferà?». E il filosofo imperturbabile: «Preferisco una ignoranza felice a un sapere corrotto».
Benevolo e paterno Sgalambro, ma a difendere Jovanotti arriva in soccorso anche Franco Battiato: «Credo che nessuno possa dirsi non ignorante. Stimo Jovanotti perché ha il coraggio di cambiare. Come diceva un poeta armeno, solo gli stupidi non cambiano idea». Poi ognuno torna al proprio posto. In cattedra resta Sgalambro, mentre Jovanotti improvvisa con la chitarra le sue canzoni. Gli applausi, alla fine, sono per tutti e due.


Fabio Albanese, Jovanotti-Sgalambro, dall’«Ombelico» a Lessing in “La Stampa”, 3 luglio 1996

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