Faccia a faccia con un incubo

La descrizione di eventi cataclismici comincia usualmente con toni da tragedia per poi finire con quelli del riso nervoso. Più aumentano gli aggettivi, in una rincorsa disperata verso l’espressione adeguata, più si ottiene questo effetto. Uno scritto di un contemporaneo del terremoto calabrosiculo del 1783, l’abate Galiani, porta il sottotitolo «Spaventosissima descrizione dello spaventoso spavento». L’evento è caduto in mano al riso che squassa i fianchi. Ma esso è liberatorio. L’evento cataclismico diventa occasione retorica. L’immagine si gonfia come il vulcano che erutta. I più saggi, come Goethe, sanno invece scorgere in mezzo alle rovine la vitalità che vince (come si può vedere dal Viaggio in Italia che lo porta a Messina nel 1787) e tutto è rimandato al prossimo colpo. Le giovani suore incinte che portano la pancia in trionfo per le vie di Messina sono un inno alla vita e Goethe lo accoglie riverente. Ma la catastrofe era allora trascendente e da Lisbona in poi, segnasse i limiti della natura o quelli di Dio, incentivava solo sottili problemi di metafisica. Oggi la catastrofe è considerata immanente. In altre parole anche un terremoto è oggi un evento “politico”. Ma ciò rende necessaria un’etica della catastrofe. Quale dev’essere la condotta permanente davanti a essa? Il pericolo è maggiore nelle società globali. Dalle centrali nucleari all’incremento demografico più dissennato all’impauperimento improvviso. Un moralista consapevole non può essere che un creatore di panico. «In effetti, il compito morale più importante ­ scrive uno di essi ­ consiste oggi nello spiegare alla gente che deve avere paura». Ma non possiamo limitarci a questo. È necessaria, si deve insistere, un’etica della catastrofe in cui la domanda «che devo fare?» si colleghi alla vita minacciata. L’odierna immagine di una natura da proteggere fa torto alla sua Idea. Prima o poi essa schiaccia la nostra stupida pretesa. La solidarietà, la reciproca compassione diventano cose serie solo se sono frutto di un ethos che vi si richiami. Mentre l’inganno di massa si trastulla con un’idea di catastrofe trascendente e aleatoria, l’idea che essa invece sia sempre incombente stringe gli individui in una unità dinamica e assume la forma di una massima dell’agire che si può così formulare: agisci come se dovessi salvare te stesso e gli altri da una permanente minaccia alla vita. La percezione della catastrofe deve dunque sollevarsi dalla sudditanza passiva all’evento estraneo. La comunità che lo subisce se ne riscatta così scongiurando la propria perdita nell’evento. Essa riassume il proprio Sé e prende in mano il proprio destino nella durezza della malasorte.


Manlio Sgalambro, Faccia a faccia con un incubo in “la Repubblica”, 20 luglio 2001 – Collegamento esterno

I commenti sono chiusi.