La consolazione, mentire a fin di bene

La consolazione, mentire a fin di bene

Tematizzare la consolazione, farne uscire allo scoperto la “violenza” disincarnata equivale qui ad una presa d’atto e ad uno spavaldo auspicio. Quando l’arte disattende la sua promessa di felicità annaspando nel divertissement, o l’etica si rattrappisce nella paralisi mortale che decreta il fallimento della “prassi”, la consolazione interviene a risarcire la perdita patita. Ma in che modo? Se non è più possibile far felice alcuno – “(…) non appena alziamo un dito già cominciamo ad ammazzarlo” (p. 35), commenta Sgalambro –, e non già perché non si sappia quale sia il bene, ma perché la purezza dell’intenzione si tinge di sangue mandandola ad effetto, non resterà che blandire l’afflitto con semplici parole, medicarne la ferita con la magia della voce, le virtù taumaturgiche dello Stile.
Il consolatore di cui Sgalambro si compiace edifica nei due sensi concessi alla parola. Reca sollievo ad una perdita e costruisce sulle rovine dei templi abbattuti, degli idoli infranti. Egli diffida dell’essere, sa quanto la verità gli sia estranea, ostile ma non cede ad un generico copio dissolvi, malgrado ne senta la tentazione. Crea piuttosto solide coordinazioni di parole che non vogliono più significare oltre il paradiso artificiale consegnato bonariamente all’afflitto. Questi si presta all’inganno con la mestizia di chi ha sperimentato di chi è rimasto agghiacciato da una perdita irreparabile (il congiunto o la verità, poco importa) e si contenta di parole e gesti che, per un istante, sappiano donargli un brivido, riaprirgli il cuore.
Il beneficiato è grato dell’inganno, a cui era già disposto per disperazione. Bacia la mano che me gesto compunto ed artefatto gli ha offerto una carezza ed è di nuovo lieto, ma solo per disperazione. La bontà che risponde al suo appello d’aiuto è mimata ma la gratitudine con cui la si compensa a reale. La missione del consolatore può dirsi cosi compiuta.
Su queste premesse, la missione del filosofo odierno, quale Sgalambro ce la consegna, non equivarrà forse a “riscrivere la storia della filosofia moderna dal punto di vista della consolazione”? Giacché, Io si è detto ad usura, il consolatore sparge il suo balsamo solo dopo aver inoculato il veleno della disperazione e il mondo è ormai maturo per esser tramutato in una comunità di morenti, tanto certi della fine da non attendersi che una parola di conforto a cui credere, foss’anche per un istante.


Davide F. Valenti, La consolazione, mentire a fin di bene in “il Mediterraneo”, 11 febbraio 1996

Precedente Il filosofo si scoprì nomade Successivo Gli impiegati del pensiero