Il filosofo si scoprì nomade

Il filosofo si scopri nomade

Intervista a Manlio Sgalambro, filosofo catanese autore di teatro, cinema e anche di canzoni. In libreria il suo nuovo lavoro sull’arte di mentire per nobili fini
Chi è il pensatore? Godrà ancora della sua cattedra e dei suoi libri?

È cambiata la nozione di futuro per l’artista. “Morirò io e moriranno anche le mie cose”

— Sgalambro, chi è l’artista? È una cellula del caos odierno che cerca disperatamente di lasciare più tracce possibili, dunque contamina più campi del sapere e viene a sua volta contaminato; o non è più soddisfatto del sapere che ha originato il suo processo creativo?
«È un cambiamento che bisogna interpretare. Penso che il fenomeno si rafforzerà ancora di più. Vedremo filosofi che non si accontenteranno più delle loro cattedre e dei loro libri e cercheranno un ponte di comunicazione che non sia più quello tracciato dalle vie canoniche ma che possa essere inventato: il rapporto diretto con il pubblico, la lettura dei propri brani. Ma tutto questo perché? Perché‚ in questa era di contaminazione, che non ama i saperi distinti ma tende ad incrociarli, a confonderli, si crea un nuovo modo d’essere. È un fenomeno legato a questo disamore per i campi separati, a differenza delle epoche analitiche che non si sognerebbero mai di confondere il teatro con la filosofia. Sartre, per esempio, ha cercato contemporaneamente di essere filosofo, autore teatrale, agitatore politico, autore di testi per canzoni. Il sapere analitico e distinto è deprezzato da questa età che tende a mischiare tutto, come in una sorta di magia oscura che la rende metaforica ed allegorica. Ma la nozione di futuro per l’artista è cambiata: “Morirò io e moriranno anche le mie cose”. Questo sforzo di lasciare più impronte è l’unico modo per catturare la dimensione in cui siamo: il Presente, “non esisto all’infuori del presente”. La sensazione è quella che se non esisto nel presente non esisterò mai più. Per riassumere direi che questa corsa verso terreni diversi sia un segno di abbandono delle arti e dei saperi distinti. Epoca oscura questa, in cui tutto viene confuso, messo in rapporto con il diverso, in cui le nostre opere perdono la loro identità. Non si può certo celebrare come un secolo grandioso. Chi oggi che opera nel campo dello “spirito” non ha le stesse aspettative che aveva l’uomo dell’Ottocento, il quale operava sapendo che cent’anni dopo qualcuno lo avrebbe ricordato. Oggi sentiamo i vermi strisciare sulle nostre opere come sul nostro cadavere – Moriremo interamente».
— Ma siamo proprio sicuri, del fatto che siano gli artisti ad attingere da più fonti o che non siano invece le arti a contaminarsi tra loro e a provocare questa selezione che è contro la fugacità del momento?
«È la superficialità delle cosiddette epoche emozionali, che approfondiscono più il buio che la chiarezza. È una maniera confusa di conquistare territori; anche il sistema di insegnamento si rifà alla interdisciplinarietà, mentre al contrario ridovrebbe praticare la distinzione più intensamente».
— Questa era ha provocato un azzeramento, un livellamento tra le arti, dunque l’esigenza di cimentarsi in più campi diventa quasi un obbligo?
«Una volta si scriveva per fame di immortalità. Questa fame di permanere ci porta oggi a questa selezione, non si acquieta più all’interno di una sola disciplina. Ma ci spinge oltre, è lo spirito di questi tempi, è un periodo di confusione delle arti e dei saperi e di confusione di chi li pratica. Così avviene che si fanno romanzi, quadri, musiche, come per esempio nel caso di Savinio. Ma tutto questo non ci dà la sensazione dell’uomo universale del rinascimento, ma è la condizione dell’uomo disperato, il quale vuole che le sue opere restino, l’impronta da lui data rimanga e dunque opera come se volesse abbattere, lottare contro qualcosa (il tempo probabilmente) che distruggerà tutto. Siamo intrisi profondamente di caducità e questa caducità ha invaso ciò che facciamo, comprese le nostre opere».
— E Manlio Sgalambro come si pone in questa condizione, lei che ha operato in più campi. Rimane un filosofo che dà il suo servizio alla musica, al teatro, al cinema, o si scopre improvvisamente autore di canzoni, di testi teatrali, di sceneggiature?
«Credo in effetti di continuare a fare quello che facevo prima e cerco di occuparmi di queste cose alla stessa maniera che è tipica del mio modo di vedere. L’unica differenza è quella che invece di sviluppare concetti tento di sviluppare sensazioni. La riflessione mi ha sempre convinto della grande musicalità di cui è pervasa la stessa logica di Hegel, come del resto avveniva al giovane Marx, il quale scrivendo al padre affermava: “Sto studiando la logica hegeliana e vi trovo una qualche melodia rupestre”. Indubbiamente ho una legittimazione di ciò che faccio. Poiché io non sono un accademico, per me il luogo della filosofia è dove sono. Se mi metto a far canzoni il luogo della filosofia è quello, e così per esempio se faccio teatro. L’altro tipo di filosofo ha un luogo dove esercitare, deve percorrere tutte le mattine la stessa strada, entra lì e diventa il “professore di filosofia”; molto probabilmente la filosofia lo annoia fuori da quel luogo. Il filosofo nomade al contrario è filosofo in ogni momento».
— Dunque è compito della filosofia quello di plasmare la musica, il cinema, il teatro, o avviene il contrario?
«Il filosofo è condannato ad essere filosofo, non ha un luogo dove entrare e dire: “adesso sono filosofo”. Io filosofo dalla mattina alla sera, non perché io sia migliore di un altro, ma perché io non ho un luogo. Allora non ci sono confini perché questo luogo è ovunque».
— E se il filosofo “nomade” improvvisamente si stancasse di viaggiare e di spaziare?
«Rimarrebbe allora il tacere, ma ci vuole molta forza per arrivarci. Il tacere appunto, perché lui di solito parla, scrive. Non il nobile “silenzio” che presuppone la riflessione, ma proprio il tacere che ha in questo caso il sapore dell’espiazione di una colpa».


Domenico Trischitta, Il filosofo si scoprì nomade in “il Mediterraneo”, 11 febbraio 1996, p. 13

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