Ferrarotti accusa: «Sgalambro neoreazionario»

Ferrarotti accusa Sgalambro neoreazionario

Dispute. Il sociologo: «Intolleranza aristocratica e silenzio sulla mafia». Replica il filosofo: «La democrazia uccide la verità»

«Un progressista?» Manlio Sgalambro è piuttosto un «neo reazionario». Il feroce attacco al pensatore siciliano, noto anche per il sodalizio con il cantautore Franco Battiato – per il quale ha scritto numerosi testi – viene dal decano della sociologia italiana Franco Ferrarotti.
Sull’ultimo numero della rivista “La critica sociologica”, da lui diretta, Ferrarotti scrive – in un editoriale intitolato L’intolleranza degli illuminati – che Sgalambro sta sferrando «un attacco meditato contro la pratica e l’idea stessa di democrazia», e ne liquida sprezzantemente le opinioni – contrabbandate «come verità assolute» – definendole «scatti d’umore personali».
Quindi Ferrarotti rincara la dose, rinfacciando a Sgalambro di cercare il successo propalando – attraverso uno stile che sa di «approssimazione oracolare» – gli «oscuri dettami» di un pessimismo aristocratico che liquida la democrazia in quanto «ideale illusorio». E infine gli rimprovera di aver vissuto per decenni nel seno della mafia senza aver speso una parola contro il fenomeno della criminalità organizzata.
La durezza delle accuse non sembra tuttavia scomporre più di tanto il settantunenne filosofo di Lentini, che ribatte pacatamente dicendo che Ferrarotti non sembra aver afferrato «il punto angoscioso di chi è costretto a lottare contro un modo di vivere che fa parte della sua carne: evidentemente Ferrarotti non ha capito che io sono un democratico, ma sono un democratico disperato».
— Perché disperato?
«Perché – spiega Sgalambro –, non c’è dubbio che la democrazia è comoda. Nella democrazia io vivo bene, ma il problema per me, in quanto uomo che pensa, è che in essa è venuto a distruzione il concetto di verità. Io non sono un politico, quindi la mia è una lotta interna a me stesso: la lotta di un democratico disperato perché pensa che la democrazia, in quanto trionfo del demos, coincida con la distruzione del concetto di verità : tutto ciò che forma l’ossatura del pensiero è ridotto ad assoluta miseria. Pensare questa antitesi è una cosa angosciosa, una cosa che non si lascia affatto prendere allegramente, ma devo pensarla perché ho fatto voto alla verità, non a una forma di governo».
— Ma perché la democrazia coinciderebbe con la morte della verità?
«Perché – risponde Sgalambro –, da Hegel alle filosofie «debolistiche» contemporanee si è sviluppato tutto il processo di subordinazione del pensiero alla prassi: la nostra è la società del primato assoluto della prassi. Ma si potrebbe addirittura affermare che il concetto di verità è morto con il trattato di Westfalia che pose fine alle guerre di religione: esso è vissuto finché un semplice contadino poteva combattere in nome di un concetto astratto come la transustanziazione; dopo, questi concetti sono stati sacrificati alla pace. Oggi la democrazia ci lascia vivere, ma ci ha tolto le motivazioni del vivere».
— E come risponde all’accusa di non aver detto una parola contro la mafia?
«Non ne ho parlato – risponde Sgalambro – perché, in quanto uomo che pensa, la mafia non mi fa venire in mente nulla. In quanto uomo che prova delle emozioni, credo di provare le stesse emozioni che la mafia suscita in chiunque altro, e mi pare inutile ripetere ciò che tutti provano. Con il rischio di usare concetti che appaiono ormai troppo “larghi”, slabbrati, come dimostra il fatto che si arriva ad assumere l’intera Sicilia come sinonimo di mafia. Caso mai avrei qualcosa da dire sul problema del male…».


Carlo Formenti, Ferrarotti accusa: «Sgalambro neoreazionario» in “Corriere della Sera”, 20 dicembre 1995

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