Se si può ascoltare non è musica

Se si può ascoltare non è musica

Nella chiusa di uno fra i maggiori libri De musica, il Doktor Faustus di Mann, è evocata la figura michelangiolesca che si copre un occhio con la mano, e fissa con l’altro l’orrore. La sceglieremmo per illustrare il saggio Contro la musica di Manlio Sgalambro (De Martinis & C., pagine 50, lire 10.000): qualcosa di meno apocalittico sarebbe inadeguato. Non ci troviamo di fronte a una critica dell’ascolto secondo la prospettiva sociologica (Adorno e quanto segue: forse le pagine più intelligenti restano quelle di Gould, scrittore, sia lecita la boutade, più interessante del pianista), né ad una polemica pretestuosa. La questione è metafisica: la musica, per Schopenhauer exercitium metaphysices occultum nescientis se philosophari animi, le sue implicazioni metafisiche ha smarrite, destinandosi per intero (sia essa musica d’arte o di consumo) alla cura mondana, all’orizzonte del sociale, assorbita ed esaurita in un ascolto «senza ethos». La musica non serba che un’eco del suono onde viene: il rintocco elisio, inudibile, si è fatto «linguaggio», elaborazione, musica per ascoltatori. Sgalambro cita Bloch, che fa incominciare il processo dal suono alla musica con Lasso: «il suono è ormai suono ascoltato», sta dalla parte di chi ascolta; nasce, quale musica, dall’ascolto. Il Suono delle Sfere diviene Suono delle Sirene, conforto, tepore, oblio, illusoria réclame per il mondo: anche laddove la musica voglia celebrare lo scioglimento dal principium individuationis (Wagner) o addirittura opporsi al corso del mondo (le antifrasi mahleriane), essa all’ultimo fa da spalla: «lo rende morbido, adorabile, tenero». Per questo la amiamo, noi viziosi. E per questo la penna spadaccina di Sgalambro affonda, kantianamente, la sua critica dell’ascolto: in un testo così straordinario da offrirsi alla nostra perversa percezione, anch’esso, in quanto musica da ascoltare, nell’accezione che il filosofo sdegna.


Francesco M. Colombo, Se si può ascoltare non è musica in “Corriere della Sera”, 21 settembre 1994

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