Il cavaliere dell’intelletto

Il cavaliere dell’intelletto

1. Teoria della Sicilia

Atto I

2. Christus vincit

Esterno giorno piazza Cattedrale di Palermo, lontano un gregoriano
Uno:
Dimmi, chi si incorona Re oggi? (Finge di guardare) Nessuno, non c’è nessuno sul trono, nessuno nel corteo (un bambino di quattro anni non è nessuno). In fatto di magie e di incantesimi in quest’isola tutto è possibile. Maghi e negromanti fate apparire un Re. Lavorate sul vostro fiato e sul nostro delirio. Fatto di rugiada e simile alla bocca di un fiore… Degno di noi, insomma… Ma ahimè, non vedo nessuno (un bambino di quattro anni non è nessuno)…
Un altro:
Zitto, rutto pestifero di un otre piena di putridi venti, mangiatore di rifiuti, pecora pazza. L’idea di sovranità si incorona, essa in persona siederà sul trono. Ascolta.
Un cancelliere (dottorale, compassato):
La lingua delle lingue. Marino da Caramanico, rimanda a questa fonte, benedetto il Suo nome, al signor Seneca che nel “De clementia” fa dire al sovrano dei sovrani, A Nerone s’intende: “Io sono l’arbitro della vita e della morte dei popoli. Quale debba essere la sorte e lo stato di ciascun uomo dipende dalle mie mani. E la fortuna annuncia per mia bocca ciò che intenda attribuire ad ogni mortale”…
Uno:
Re è dunque colui che mi può uccidere in qualunque momento. Fammi schizzare il cervello fuori dalla testa, strappami le gambe, appendimi per le budella in cima a un minareto e in cambio… lasciami vivere.
Un altro:
Sputo di una fogna, continui ancora?!… saggi consiglieri circondano un Re ed egli porge loro graziosamente orecchio.
Uno:
No, Amico. Il becchino è l’unico ministro che un Re ascolta.
Coro:
“Christus vincit. Christus regnat. Christus imperat”

3. Volò con le ali della durabilità. (Dialogo tra Federico e Michele Scoto)

Le vie di Palermo, vagabondare di bambini, gente. Daccapo un brusio di lingue, frammenti di parole si sentono più di altre: ebreo, arabo, greco, tedesco (“un latrato di cane e gracchiare di cornacchia”). Improvviso silenzio.
Federico:
Messer Scoto, in nome di Aristotele fermati. I tuoi ragionamenti vanno in fretta. Bisogna fermarsi. Fermandosi Aristotele trovò un Dio. Ma io mi contento di molto meno: chiuderti la bocca per un momento.
Michele Scoto:
La tua maestà sa, signor Re, che il sillogismo è impressionante. Vola come i tuoi falchi. È forte come una tigre…
Federico:
E poi? Cosa distingue qui un ragionamento da un muggito di bove? Entrambi hanno una forza enorme. Ascoltami piuttosto. Tutta la volta celeste della tua filosofia crollerebbe, capiscimi, se dovessimo aspettare l’ultima mano di calce: l’argomento decisivo. Lo hai mai tu trovato? (beffardo) Siamo nella fase di luna crescente, puoi dunque rispondermi!
Michele Scoto:
Maestà, t’ho detto le proprietà dei minerali e dei metalli, e ti parlai della natura delle droghe e delle piante. Tu credi che ci arrivai con gli occhi e col ragionamento?
Federico:
Vi sono cose che il tuo ragionare per quanto lo lanci in alto non acchiapperebbe, come non acchiapperebbe una mosca. Ti diro, Michele, non amo Socrate, inverecondo ciarlone, ma hai sentito tu di Parmenide? Egli dice con semplicità, ascolta attentamente: “Io ti comando: l’essere è e il non essere non è”. Tu sai che su questo si sorregge la nobile filosofia. Forse dunque su un ragionamento? No, su un ordine.
Michele Scoto:
Tu parli da Re.
Federico:
La natura della verità è leggera come quella di una cortigiana. Tu coi tuoi ragionamenti la corteggi. Io con i miei ordini la posseggo. Sì, mio Scoto, la verità è cosa da Re non da filosofo.
Un canto:
Volò con le ali della durabilità, nell’aria della non-qualità al di sopra del campo dell’eternità e vide l’albero dell’unità per realizzare che “tutto quello” era illusione. (un sufi)

4. Duello
5. Il buffone

Il buffone:
Io sono il buffone. Io solo ho diritto a parlare del passato. Nel comico il destino dell’individuo si palesa nel riso che destano un eroe preso a pedate o un Re morto. Il lamento solenne che costituisce l’essenza della tragedia è sostituito ora dal riso sino alle lacrime al quale la risata si strozza in gola. Come fenomeno collettivo il riso si rivela tardi. Prima che si stampi sulla faccia dell’uomo qualsiasi come un marchio bestiale il riso è ancora appannaggio regale. Ora invece l’esperienza del riso diventa comune. Ridere non è più cosa da eroi che ridono degli altri. Non ride più solo il Re, il cui diritto a ridere è consacrato dal buffone che lo segue come un’ombra. Il riso è profanato. Assieme all’insegna del Re, la plebaglia si fregia della berretta a sonagli: il diritto a ridere come immortale principio non scritto. Ora ognuno ride degli altri. Il riso idiota subentra al Mugugno. Invece della colpa e delle offese tragiche. Pedate, al posto di veleni e pugnali. Gesti invece che azioni. Il succedere del gesto all’agire segna il trapasso all’età del comico; è il momento in cui la stessa tragedia cede le armi. Ora il fuoco, come fa dire Hebbel nella Giuditta, serve a cucinare i cavoli…
A un tratto si interrompe, si prende il capo tra le mani come per un improvviso dolore, si scuote e poi:
ma il morto squittisce come un topo nel mio cranio, o Dio la codina si impiglia tra emisfero e emisfero… Corre su e giù, su e giù, orsù, Federico… cade nella cavità cerebrale attraverso il plesso coroideo del terzo ventricolo, titilla la mia immaginazione. Ora si scarica sul parietale sede della memoria, lo giuro sull’anatomia del Mondino di là da venire e paff… piomba sulla mia lingua, chiede voce, parola. E tutto ciò che egli fece? Le sue azioni? Com’è vero che non mi chiamo Yorick e pur lo sono, ciò che resta è parola.

6. Algeri

Danzatori e suonatori di tromba irrompono sulla scena
Abulafia:
Non è difficile supporre che la sua corte folta di danzatrici e suonatori di tromba musulmani suscitasse impressioni stravaganti nei visitatori provenienti dal Nord.
Isabella:
Addio mia Siria, ma patrie addio,
nemmeno naufraga tornerò alle tue sabbie.

7. Aria di Isabella

Soprano:
Addio mia Siria, ma patrie addio,
nemmeno naufraga tornerò alle tue sabbie.
La storia ha bisogno anche della mia stinta ombra
Per dare all’insieme alcuni effetti.
Chi fui? Una mano di nulla
Sul ritratto di Federico.
Isabella, petite moi-même.
Coro:
Addio mia Siria, ma patrie addio,
nemmeno naufraga tornerò alle tue sabbie.

8. Isabella legge la lettera di Federico a Michele Scoto

Isabella:
A me Isabella di Brienne viene affidata la lettera che Federico scrive nel 1227 a Michele Scoto. Io morirò un anno dopo.
“Preziosissimo tra i miei maestri, spesso in svariate maniere abbiamo inteso domande e risposte intorno ai corpi celesti, il sole, la luna, le stelle fisse, ed agli elementi, all’anima del mondo, alle genti pagane e cristiane e le altre creature sotto la terra. Tuttavia mai abbiamo inteso qualcosa di quei segreti che appartengono al diletto dello spirito e della saggezza, vale a dire del Paradiso e dell’Inferno, delle fondamenta della Terra e delle sue meraviglie. E se esistano diversi cieli e chi li guidi; e l’esatta misura che separa un cielo dall’altro e ciò che esiste al di là dell’ultimo cielo; in quale cielo Dio, per sua natura, ossia nella sua divina maestà si trovi. E in che modo egli sia assiso sul trono celeste, e come gli facciano corona gli angeli e dove esattamente si trovino l’Inferno, il Purgatorio, il Paradiso: sotto la Terra, nella Terra o sopra di essa? E quale differenza intercorra tra le anime che ogni giorno approdano laggiù. E vogliamo sapere se un’anima nell’aldilà riconosca un’altra anima e se taluna di esse possa tornare in vita per parlare con qualcuno, o mostrarglisi e quante e quali siano le pene infernali”.
Questo chiede di sapere per bocca mia Isabella, il mio Federico. Ma per mio conto ho già la certezza che egli non lo chiederebbe se non lo sapesse già.

9. Aria di Costanza di Aragona

Soprano:
Attraverso l’amplesso partecipo alla tua regalità.
Per le mille vie delle carezze (spezie d’amore) mi unisco alla tua suprema Idea che consacra all’Ordine un insieme di canaglie e di assassini generati da sperma. Ah! Federico, chi amo quanto amo?
Soprano e coro:
Abbraccio la tua idea, splendente come l’armatura, piccolo fermaglio di nozze che ti donai, o il corpo robusto, forgiato da cacce e guerre anche all’amore più squisito?
Federico:
Messer notaio Jacopo vi faccio arrivare con cavalli veloci a Lentini, patrietta vostra e di chi sa chi altri, questo sonetto che non ha nulla di nuovo, vi giuro, ma come nulla di nuovo vi è nell’eterno cerchio dei cieli. Spogliatevi, notaio, della vostra doppiezza, voi e tutti i lentinesi, e temetemi se non mi direte la verità… “Oi lasso! Non pensai si forte mi parisse lo dipartire da donna mia; da poi ch’io m’allontanai…

10. Oi lasso

Coro:
Oi lasso! Non pensai
Si forte mi parisse
Basso:
Lo dipartire da donna mia;
da poi ch’io m’allontanai,
ben paria ch’io morisse,
membrando di sua dolze compagnia;
e già mai tanta pena non durai,
se non quando alla nave adimorai.
Ed ora mi credo morir certamente,
se da lei non ritorno prestamente…

Atto II

11. Ragioni metafisiche

Il poeta:
L’Hohenstaufen dei poeti, il beatissimo Goethe sostiene, parola mia, ciò che segue (o su per giù). “A dire il vero non vi sono in poesia personaggi storici, ma quando il poeta vuole rappresentare il mondo che ha concepito, fa l’onore a certi individui che incontra nella storia, di prendere i loro nomi per applicarli alle figure da lui create”. Nei seguenti mugolii, che il poeta a voi davanti, un Gringoire a servirvi, un paltoniere qualsiasi, vi declina, il nome Federico è inventato, tutto il resto è vero. O è il contrario?!
(Le ultime parole vengono dette quando è quasi fuori scena)
Coro:
Ragioni metafisiche mi obbligano a contrastare l’affinità
Soprano:
Estraneità Relazioni fuggevoli
Basso:
Ragioni sociali mi obbligano
Soprano:
all’amore
Basso:
All’umanità
Soprano e basso:
Ragioni abissali
mi obbligano a imporre la verità
Coro:
Ragioni sociali mi obbligano
all’amore, all’umanità.
Ragioni abissali mi obbligano.

12. Sérénade Sicilienne

(Tranche nel porto di Palermo. XII secolo. Un piccolo angolo, quanto basta a un qualunque marinaio venuto un giorno dalla Francia a lasciare questa)
Soprano:
Jours siciliens
Envies par le soleil
Fleuvies siciliens
Que brigue aussi la mer
Et toi, ma belle
Contez, nymphes, souvenirs
Las splendides cheuveux,
le baiser, la morsure
de mes dents sur votre chair de ma chair
Basso:
Je t’étérne, mon rêve
Mon doute, ma nuit,
Soprano e Basso:
Assoupi por ton parfum
Basso:
Suffocant de chaleurs
Soprano e Basso:
… les douces étreintes…
O bords siciliens.
Soprano:
Immobile -ile, Dieu
Basso:
Tout brule dans le ferveur
Soprano:
Conte de fée.
Basso:
Sicile
Soprano e Basso:
Un matelot du treizième siècle
Basso:
(ou du vingtième?)
Soprano e Basso:
parmi d’obscures espoirs
songe à toi

13. Il falcone. (La danza dei falchi)

Voce di Federico (fuori scena):
Saxo Yalla… quf… khatt bajna-s-sama wa-l-ard. Sahm Muhandis al Muhandisi. Saetta… Geometra dei geometri… linea tra cielo e terra.
(Due qualsiasi, mentre Federico e Ibn Sab’yn si avvicinano).
Uno:
Ecco quei due, è un giorno che parlano andando avanti e indietro, che pazzia parlare!
L’altro:
Sono il Re Ibn Sab’yn, un filosofo…
Uno:
I loro discorsi mi danno i brividi, ti dico. Quando parlano re e filosofi capita sempre qualche sciagura. I segni del cielo non mi piacciono. Una cometa, e un re è spacciato. Ma per un poveraccio le stelle non si scomodano di certo…
L’altro:
Ma qui non ci può capitare nulla, compare. Questo è teatro. Noi siamo al sicuro nella finzione. Protetti dalla stessa fantasia che ci ha messi qua sopra.
(lontano voce di muezzin)
Ibn Sab’yn:
Dio è tutto, Federico, unirsi a Lui è il fine, tutti i tuoi atti invece sono colpi di spada che dai ai tuoi legami con Dio.
Federico:
Nella risposta che hai dato ad una mia domanda sei stato più preciso. Hai detto: “Il solo essere che esiste in realtà essendo Dio, l’uomo, essere limitato, arrivandovi, perirà”…
Ibn Sab’yn:
Ebbene…?
Federico:
Tu sai che il sillogismo è per me come una carezza per l’intelletto, ma terribile è la sua forza. Ciò che tu non vorresti nemmeno sfiorare esso ti costringe a pensarlo con la potenza di mille cavalli. Non io dunque, ma il sillogismo mi spinge a questo (interrompendosi. Come divagando)… Tu sai quel che si dice, che io feci visita al Vecchio della Montagna, al Capo degli Assassini… (Riprende il discorso che aveva iniziato). Quello che mi hai risposto, Ibn Sab’yn, non mi ha lasciato in pace un momento…La forza del ragionamento, spietata come uno dei miei boia, è arrivata in un lampo a questa conclusione, ascolta. L’assassinio, la cui traccia metafisica va seguita con tenacia, rappresenta, nella sua chiave ultrasegreta, il modo come tutti moriamo. Il fatto che si distinguano gli assassini dalle vittime non è che un tributo pagato all’apparenza. Un tributo per giudici e avvocati. L’assassinio è certamente nello stesso Principio, Ibn Sab’yn. Nella matrice di tutte le cose, come hai detto tu stesso, sta in agguato il loro annientamento… e il tuo e il mio…
Ibn Sab’yn (La sua voce è dolce, carezzevole):
Che vuoi dire, fanciullo…
Federico:
Che ogni morte è un collegamento a un delitto. In altre parole, tutti moriamo assassinati. (Si ferma. Sovrappensiero. Poi:) Dio è la stessa morte.
Una voce da sacerdote di “mestiere”, una voce da messa, ora più alta, ora più bassa, ora chiara, ora appena un brontolio, biascica:
“… quod potius igniominiose, quam juste habendos nos dixerit a chatolica fide suspectos, quam nos, teste supremo judice, in omnibus et singulis, ejusdem articulis secundum universalem Ecclesiae disciplinam et approbationem per Romanam Ecclesiam, et symbolum firmater credimus et profitemur simpliciter” (Lettera di Federico diretta nel 1246 ai prelati, ai nobili e al popolo di Inghilterra, dopo la sua condanna e deposizione pronunciata alla presenza e per opera di Innocenzo IV dal concilio di Lione).
(Nel frattempo Ibn Sab’yn risponde a Federico, la sua voce è un sussurro. Ai limiti del silenzio, come tutte le cose degne)
Ibn Sab’yn:
Io ti ho ingiuriato e vilipeso nelle mie risposte, Federico. Ma ora hai bisogno della mia dolcezza. Voglio carezzare il tuo intelletto, Federico, con tenerezza di donna… Non Dio è la morte, ma la morte è Dio.
Morendo ci sciogliamo in lui come nell’abbraccio delle nostre donne nelle notti di desiderio.
Una voce (Senza intonazioni particolari, come se leggesse, estranea):
Il 28 shawwal dell’anno 668 dell’ègira (1271 d.C) all’età di cinquantacinqe anni Ibn Sab’yn si suicidò tagliandosi le vene per rientrare al più presto nel seno di Dio. Il fine dei fini della teologia, egli aveva detto è l’unione intera con Dio. Il mezzo più veloce per arrivarvi è la rassegnazione e l’ammissione dell’impotenza del nostro intelletto. Ma poi gli apparvero il ricordo della discussione con Federico e la Verità. Il solo essere che esiste in realtà essendo Dio, l’uomo non appena vi perviene muore. Ibn Sab’yn stavolta, per pervenirvi più velocemente, trasse l’altra conclusione e affrettò la morte.
Costanza:
Le carceri di Sicilia e di Puglia si sono riempite di prigionieri. Federico per non sentirne i lamenti li farà uccidere.
Federico:
C’è qualcosa nel lamento che fa che gli si rifiuti la natura di linguaggio. E’ come se esso ne fosse al di qua o al di là. In ogni caso in una zona inospitale, dove non vorremmo mai mettere piede. Se si interviene si interviene per farlo tacere. Non per la pena. E’ come se al di là della sofferenza ci fosse qualcosa di peggio. Il lamento oltrepassa la soglia della sofferenza educata e civile (c’è infatti un lamento che ubbidisce alle buone maniere) e ci conduce in una zona in cui la sofferenza è sfrenata e selvaggia. Il lamento penetra per un momento in questa zona senza difese, dove la sofferenza è pura e tocca la carne viva. Di fronte a chi si lamenta siamo perciò pronti a tutto pur di farlo tacere. A tappargli la bocca fino a farlo morire. (Esce)
Costanza:
Gli ho sentito dire una volta: “Lesto di coltello deve essere un re come lesto di becco un falco”.
Michele Scoto:
Tu sai come con l’arte della falconeria Federico vuole conoscere la natura e penetrarne i segreti penetrando i segreti del falcone. Ma ti sei mai chiesta chi è il falcone? Ti sei mai domandata se non è lui stesso? Il modo come piomba sulla preda, sia una verità o un nemico mortale, non lo riconosci? Non è il modo del falco?
(Si avviano dietro le quinte mentre si svolge il dialogo. Nel frattempo Federico sfoglia il Liber Augustalis)
Federico:
Il nascere e il morire sono i due momenti unicamente reali. Il resto è sogno interrotto da qualche insignificante sprazzo di veglia. Tutto ciò che ho fatto? Vuoti gesti, gusci senza polpa. Agivo? Mi agitavo, piuttosto. Solo ciò che dicevo era eterno. Solo la parola resta. Cosa rimane del mio impero se non le parole di cui era fatto?
Eterna essenza del teatro! Esso divora distanze e unisce le cose più lontane e di individui chiusi e sprangati in se stessi, di eventi sparsi e senza nesso, se non quello che piace a Dio, fa una farsa o una lunga lagna, in onore di chi poi non si sa. Sulla scena del mondo appariamo e spariamo, come il mestruo delle giovani o come in questo teatro e tutti vogliono sapere perché. Quando la scienza, ad onore del vero, ci insegna che esso è solo un balbettio di bambini. Ma cosa unisce un agnello sgozzato, il volto della mia donna, i miei due maestri, il mio levriero, la merda dei miei cavalli e il qui presente? Cosa di questo immane coacervo fa un levigato specchio in cui si può specchiare persino un sorriso? Cosa tiene assieme insomma questo pasticcio? Cosa tiene unito, spero con benevoli lacci, ciò che su questa scena si è andato svolgendo (se pure qualcosa si è svolto)? Lo sguardo. Lo sguardo di Dio o di un nano basta perché ci sia spettacolo. E per gli Dei, solo spettacolo è la Terra, e il sidereo, e me e gli altri e questa scena…

14. Aria di Federico. (L’accostamento alla morte)

Federico:
Voglio accostarmi alla morte come al mio vino. E gustarla… Fui nemico ad entrambi, a Dio e alla morte. Essi sono Uno e una fu la mia inimicizia. Allargai un impero per allargare me stesso. Per non offrire alla morte un piccolo bersaglio. Il mio impero era il mio corpo. Si, per scongiurare Dio e la morte, mi creai un impero. Anche a Dio è difficile distruggere un impero. Che strano però!
Nell’atto di morire scompaiono i confini. L’impero che cercavo, l’impero senza confini, è Dio dunque?
Voce:
Mi immergo con voluttà
nel felice mare della mortalità
Nell’assenza perfetta
Soprano e Coro:
Voglio morire interamente nessun residuo che non si sciolga nell’abyssus abyssum del Niente.
Coro:
Che il niente lo accolga
Basso:
Risolto in Dio, dominerò in Lui
attraverso Lui
di nuovo imperatore sarò del mondo.

15. Finale. (Florebat olim)

Coro:
Florebat olim – Floribus omnia vestiebantur – florebat illo tempore.


libretto e partecipazione di Manlio Sgalambro in Il cavaliere dell’intelletto (musica di Franco Battiato), Palermo, 21 settembre 1994

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