Il filosofo del futuro

Arthur Schopenhauer

Arthur Schopenhauer

A duecento anni dalla nascita di Arthur Schopenhauer il pensatore tedesco del pessimismo

Onorare la nascita di Schopenhauer è già un insulto per un uomo che sprezzò ogni nascita. Dalla scolarca invisibile – termine che per solito non viene elevato da colui al quale si riferisce ma che qui è strettamente al suo posto – provengono indizi in tal senso. Ma i filistei lo onorano lo stesso. Se vi è un’opera che non avrebbe dovuto essere, essa è Il mondo come volontà e rappresentazione: un fantasma che si aggira per l’Europa. Tutto la rifiuta e soprattutto ciò che egli chiamò «volontà di vivere». Ma i filistei le rendono onore mentre celebrano, affiatati, l’autoconservazione alla quale reggono il moccolo. Per la miseria della storia Schopenhauer è già passato: qualcosa ammonisce che il futuro invece sarà suo. Una vera lotta per il pessimismo – come scrisse Burckardt – dovrà ancora essere combattuta. Sotto le sue insegne galopperanno i cavalieri dell’ordine della salvezza o si smarrirà per sempre ogni nostra traccia? Da reazionari e maneggioni si ereditavano concetti come quelli di storicità e perfino di dialettica. La stessa cosa avviene oggi col concetto di pessimismo. Con una parafrasi si può dire che il pessimismo ridiventa di moda perché sembra che lasci come stanno le cose esistenti. Ma sotto il suo aspetto razionale esso è «uno scandalo e una abominazione» perché nel concetto di cose esistenti comprende l’estinzione della volontà che le vuole. Verrà questo momento per l’Occidente? Se sì, chi potrà esserne la guida se non colui che non ritenne l’Occidente una civiltà ma una accozzaglia di banditi?
La sfrontata tesi di Dilthey, «il pensiero non può andare al di là della vita», sembra nata lì per lì dal Mondo come rispostaccia da comare. Si sa comunque come la filosofia della vita esca proprio da qui, dalla malizia di chi, scrivendo su Schopenhauer, si firmò, maldestramente, lo «speranzoso». L’incertezza in cui Dilthey – «el hombre que ha pensado más sobre la vida» come lo definì Ortega che non si accorse di niente – lascia la questione si deve mettere in relazione col fatto che dopo Schopenhauer si sa invece cosa parlarne. È in un confronto tacito col pessimismo sistematico che la filosofia della vita dosa i suoi effetti. Essa si muove su un terreno minato, ma ha dalla sua la vita medesima che agita la coda.
Lo stesso concetto di esperienza vissuta è un escamotage con cui viene aggirato il concetto di esperienza al quale si era severamente richiamato il pessimismo. Mentre l’esperienza trascendentalmente oggettiva, a cui si era riferito Schopenhauer, era, nello stesso tempo, giudizio, l’esperienza in quanto vissuta è impegnata immediatamente nella vita che non deve peraltro che capire, non giudicare. Questo concetto di esperienza contiene meno esperienza di ogni altro. È l’assoluta inesperienza ove tutte le esperienze sono buone. «Bisognerà sopportarsi reciprocamente – dice Dilthey nel dialoghetto L’uomo moderno –. In altre parole nessuno potrà confutare il proprio avversario. Perché, nell’ambito dell’esperienza, di questa esperienza che determina ciascuno di noi come una potenza che lo domina, restiamo interamente sovrani».
Da qui scaturisce – con le parole di Dilthey – l’uguale valore di tutte le esperienze. Mediante l’equivalenza delle esperienze vissute si ricostruisce una simiglianza di universalità. Un’equivalenza che funge da universalità senza esserlo. Il relativismo – caricatura del grande scetticismo – si contrappone «vittoriosamente» al pessimismo. Ma dove tutte le esperienze si equivalgono non c’è più alcuna esperienza della vita – solamente una «filosofia» della vita. In realtà essa, contrariamente alle speranze di Dilthey, poi non crebbe ed è rimasta bambina davanti al pessimismo, la cui vecchiaia corrisponde invece all’età del mondo.
Solo una temerarietà sul piano personale, un’assunzione di responsabilità filosofiche, scongiura la autentica débâcle che per una filosofia è fallire nel campo della denominazione. Il libero potere del filosofo a tale riguardo non è lo sfoggio di questa libertà ma quello di resistervi a qualunque costo. Schopenhauer, ad esempio, non agì diversamente dalla frivola cultura. Dopo Spinoza temerario era trattare di Dio più che della volontà. Ciò egli non osò; eppure si compiacque della sua audacia. Si immagini se al posto di una filosofia Schopenhauer avesse scritto una teologia! Egli avrebbe dato verità alla frase di Harmann – «fra le idee trascendentali e la demonologia non c’è molta distanza».
Ma ciò che fece fu già abbastanza. Spaventare una specie consolata da duemila anni di cristianesimo! Ebbene, egli vi riuscì. Per scongiurarne il pericolo lo si chiamò «artista». Gli si rivolse contro la bellezza della sua opera come prova di poca serietà. (Lo si riterrà anche responsabile del suicidio di Mainländer? della follia di Nietzsche?). Ma al ghignante messere non la si fa. Che importano un individuo o mille davanti all’idea che ottusamente permane? Fin quando esisterà un occhio che lo vede, il mondo sarà lì! e un uomo varrà per tutti. (Si immagini che dalla catastrofe che annienterà la specie uno solo rimanga e che costui rappresentandosi il mondo continui a farlo esistere. Una pagliuzza lo divide dal nulla. Eppure tutto è come prima. Il sole sorge e tramonta sempre e il dolore del mondo pure. Si immagini che quest’unico uomo, a causa di cui tutto rimane ancora al suo posto sia, per la sua dannazione, Schopenhauer stesso…).
Chi ci guiderà dunque in questi incontri di morte? chi ci scorterà rassegnati o fieri al macello? Egli, Schopenhauer, degno maestro dell’inferno che ne tracciò la mappa indicando cammini e vie nascoste alla fine delle quali ci irretì col miraggio del nulla. In realtà egli fu il primo che seppe interpretare il destino del filosofo e capirne la riposta cattiveria come il segno alchemico della sua veridicità. Infatti non tacque niente, niente nascose della nostra natura. Che si sia disposti a uccidere il prossimo pur di potere ungere i propri stivali col suo grasso: con ciò egli definiva la specie con pacata tranquillità.
Onoriamo, sia pure dunque, la nascita di uno che non avrebbe voluto nascere mai, ma ricordiamoci che con ciò tutta la nostra vita fu compromessa. Egli ci ha educati, noi suoi discepoli, a bestemmiarla e a trarre tenere note dal flauto.

Bibliografia essenziale

• F. Nietzsche, Schopenhauer come educatore è la terza delle Considerazioni inattuali
• Th. Mann, Schopenhauer in Th. Mann, Nobiltà dello spirito, Milano, 1978
• G. Simmel, Schopenhauer e Nietzsche, Milano, 1923
• M. Horkheimer, Schopenhauer e la società in M. Horkheimer, Studi di filosofia della società, Torino, 1981
• P. Martinetti, Schopenhauer, Milano, 1941


Manlio Sgalambro, Il filosofo del futuro in “La Sicilia”, 20 febbraio 1988

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