Impressioni

L’attrice Jo Champa esegue la danza dei sette veli nel film “Salomè”.

L’attrice Jo Champa esegue la danza dei sette veli nel film “Salomè”.

Meditazioni provinciali

La danza dei sette veli. Tutta la forza della vita è fuggita nel denaro. Il trapasso in esso della forza vitale è il fenomeno fondamentale davanti al cui trauma, ancora inassimilato, si ferma sbigottita l’anima moderna. La scherzosa battuta che il ricco è diverso dal povero appartiene al demoniaco. Ma tale è il mondo. Per intanto il denaro lo sconsacra e se ne fugge il mistero che ieri l’illuse. La dissacrazione dei valori trova nel valore del denaro l’effettivo valore. Il fallimento del bene, che rivela tutta la sua impotenza, rafforza l’imperio di quello che in un baleno può realizzare ogni sogno. Sotto l’ala del meglio si confortano solo le anime candide che vi si rifugiano dopo le bastonate ricevute. Eppure il bene oggettivato viene fuggito come la peste, incarnato com’è nel valore che non perdona. Attraverso l’unione asintotica di valore e denaro appare il movimento reale del bene che però non viene più nominato. Il meglio non è interrogato in persona ma attraverso il suo equivalente. Ma la risposta che il meglio non è che l’immagine del denaro essi non l’accettano se non coperta da almeno sette veli, quelli cinta dai quali danzò Salomè.

Introibo ad altare Dei. L’accostamento a una filosofia è un momento devozionale. La sensualità in cui si assapora il concetto si fa da parte. Il soggetto al quale essa però non è destinata, come se fosse fine a se stessa, si muta in oggetto vile, puro strumento sul quale si deve eseguire. L’immagine desunta dalla musica lo indica: essa non va interpretata; ridisciolta in un soggetto da cui fu a forza espulsa. I tempi dell’accostamento vanno scanditi da uno spirito genuflesso…

Apprendere morale da Madame De Maintenon. Il vizioso di morali trova eccitanti gli insegnamenti alle «demoiselles de Saint-Cyr» della suddetta signora, notoriamente esperta. Tra i tanti, potrebbe citare questo sulla noia. «Sei persone bruciando dalla voglia di vedersi, / Dopo essersi cercati, si ritrovano una sera. / In un oscuro e solitario luogo. / Quanto grande fu il loro piacere! Superava ogni immaginazione. / Ma, dopo i gioiosi saluti iniziali, non seppero che dire, né che fare».

Vienna. Il senso del numero si impadronisce dello «Spirito» e spiattella il suo segreto: la supposizione del giovane Hofmannsthal che lo «Spirito» sia in tutto un paio di migliaia di individui trova conferma. Solo in provincia si sa contare come a Vienna.

Antiagostinismo. La verità sopravviene all’individuo come un incidente, dal di fuori.

Silete Theologi. Se rubi ti arrestano; se affermi che esiste Dio è solo una opinione. Ciò ci ha sempre meravigliato.

Realtà. Il primato della realtà contiene sia il giudizio sulle altre realtà degradate a sogno o allucinazione. Ciò che arma il giudizio non è il danno che la droga o l’alcool, ad esempio, produrrebbero sull’individuo, ma l’attentato portato alla maestà del concetto di realtà che non va assolutamente toccata la pena di morte. Realtà è una sola. Questo imperativo sorregge l’intero concetto di realtà rispetto al quale si è sempre definito ciò che non è reale, dal delirio del folle all’ebbrezza dell’ubriaco. È la realtà stessa che impone quale dev’essere. Sono i suoi imperativi a stabilirlo. Ma l’unificazione della realtà, avvenuta sotto l’imperio borghese, che distrusse anzitutto tutte le realtà eccedenti che essa trovò, dissolse il concetto di apparenza che una volta, pacificamente, aveva indicato proprio ciò che ora si chiamava orgogliosamente realtà. Ormai, dunque, questa realtà, che prima si toccava appena, apparendo e sparendo, conquista il primato; anzi diventa esclusiva e senza più rivali. Ogni tentativo di contrapporne un’altra trova la realtà pronta. Essa usa le astuzie e i procedimenti che già collaudò quando fece fuori Dio. Ma allora era all’attacco, balda e giovane, fresca come una rosa al mattino. Oggi essa si difende. In ogni caso, queste altre realtà che minacciano di morte la realtà per eccellenza, segnalano anche l’irrealtà di quest’ultima. La sua spasmodica difesa indica che essa, senza saperlo, lo sa.

A Keyserling, signore intellettuale di queste terre. Di uno dei capolavori della filosofia minore, il motto: «Il viaggio più breve verso se stessi è un viaggio intorno al mondo», dice tutto. Esso rivela le divine ascendenze neoplatoniche come un eterno momento. E invero anche Keyserling “ritorna”. Ma le tappe non sono più Ipostasi, bensì continenti. Ciò che Keyserling conobbe viaggiando, egli conobbe con l’essere suo e la facoltà dell’intelletto lo seguì stupita. Nel Reisetagebuch eines Philosophen (Giornale di viaggio di un filosofo) si viaggia già tra costellazioni. Una cosa lo prova: le tracce di vita che si cercano nei lontani pianeti non ci sono già qui. O il malaccorto Keyserling non ne trova. Come fattispecie valgano i Tropici: «das Leben ist hier Vegetation», la vita è qui vegetazione. Qui signoreggia l’albero come vita sopravvissuta. Questo minimo di vita è la vita retta. Essa fruscia al vento o si piega umile alla pioggia. Anche le immagini si rincorrono in un vorticoso turbine di incontri, pure esse scosse dal vento. / O incanto! «Mon âme aujourd’hui se fait arbre»…

H.B. Questo argomento si può chiamare «la morte di Herman Broch» (come c’è l’argomento del mentitore o quello del cornuto). Herman Broch, che per tutta la vita si era preparato a una bella morte, fu trovato al 78 di Lake Palace, New Haven, Connecticut, disteso sul pavimento, con le brache abbassate, morto mentre usciva dal gabinetto. C’est la mort!


Manlio Sgalambro, Impressioni in “La Sicilia”, 25 febbraio 1988, p. 3

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