In nota

François-Marie Arouet de Voltaire

François-Marie Arouet de Voltaire

Meditazioni provinciali

Sogni e banchetti. Il ricco sopraffà il povero anche nei sogni. I sogni del povero sono fatti con le miche che cadono dal suo banchetto. La società «migliore» per cui quegli smania, somiglia sorprendentemente alla casa dei ricchi, piena di ottime cose e cibo abbondante caduto dal cielo. Pingui cosciotti di agnello e abiti di stoffa inglese. Vacanze alle Seychelles. Il resto è eloquenza.

Facenti vece. Bene adatte esperienze letterarie sarchiano in profondità quel terreno che l’insoddisfazione metafisica abbandonò al suo destino. L’alt alla metafisica, contrassegnato da severi divieti, ha come risultato una filosofia stracca, deboluccia, per castrati. Romanzi, esperienze figurative e visive, canzoni, persino la danza; col mondo specifico che è loro proprio, trattano, al coperto da ogni responsabilità, i temi ultimi con discreti risultati, e approntano quella «metafisica» di cui pare che l’individuo, poverino, non possa fare a meno. Naturalmente tutto risulta un po’ diverso. Però ci si diverte di più.

Vecchio e nuovo. La ricerca della novità è invecchiata. Si sa. Ma ci si attende egualmente del nuovo dalla lettura di un libro come da una ricerca in laboratorio proprio come ci si attende che domani spunti il giorno. D’altra parte anche ciò che è vecchio viene rimesso a nuovo. Il cosiddetto reazionario si inventa un passato come il parvenu si inventa gli antenati alle crociate. Il passato è, per entrambi, l’ultima novità.

Incarnazioni. Tutte le incarnazioni che si sono susseguite hanno sempre di più assottigliato la speranza – che lo merita. Da quella di Dio in un piccolo paese della Galilea, a quella della ragione a Berlino.

Ulysses o una giornata di vita. La platonica idea del Bene circola per le strade di Dublino e lo Spirito del mondo fu visto per le vie di Jena: «improvement all around» – «miglioramento in tutti i campi». L’agente di pubblicità Mister Bloom si frega le mani e conclude la giornata «seduto sui suoi odori ascendenti». Che cosa miserabile è una giornata di vita!

Il luogo della filosofia. La cinica scoperta che la filosofia si realizza in un libro mostra che la disillusione l’ha raggiunta. Il sistema hegeliano fu il tentativo di dare una degna dimora al filosofare che, secondo Kant, non ne avrebbe «né in cielo né in terra». Questo luogo sarebbe il mondo stesso; questo mondo. Ma la voce della disillusione non è ancora paga ed ammonisce che la filosofia non è né in nessun luogo e non è nemmeno il mondo. Essa è solo un libro. Questa è la conclusione della riflessione sul luogo della filosofia. Tuttavia, in quanto tale, essa avrebbe il destino di ogni prova? Dissolversi nella comprensione, avere fatto capire qualcosa, essere stata vissuta da qualcuno? Avrebbe il destino di scomparire nel suo lettore? Dargli la sua frivola verità ed eclissarsi? In realtà ogni filosofia non esiste in altro luogo che nel suo spazio. Se ci si chiede, dunque, dove esiste una filosofia bisognerà infine rispondere, con la morte nel cuore, sulla carta come il quadro sulla tela.

Filosofie monumentali. Se si potessero ricostruire i più puri rapporti delle filosofie tra loro e raggrupparli secondo le distinzioni che Nietzsche adoperò per la storia, si potrebbero distinguere filosofie antiquarie, critiche e monumentali. Tralasciando le prime due, quand’è che una filosofia si deve dire monumentale? Quando non si può né disfare né rifare e lo stesso maestro ne è discepolo.

Aforistica. L’aforisma manda in pezzi l’ethos oratorio quale forma legata all’insegnamento supponente e trasmigratorio poi nell’opus. Tutto quanto si può dire in un aforisma, l’anima del quale è la scansione che non segna la stanchezza del pensiero, ma il suo eroico fermarsi per raccogliere, volta per volta, il pensato. Ogni passaggio mostra i suoi sacri intervalli. Solo il pensiero epidittico è un flusso continuo, inarrestabile, bestialmente vitale. Quello aforistico è fatto di immobilità. Questi arresti del pensiero, sono essi i concetti.

Tesi senza argomento. L’invito a dimostrare le proprie tesi che si rivolge al filosofo pecca per difetto non per eccesso, perché egli fa di più, le mostra.

Identità. Si nasce senza identità. Chi si è? L’identità fa parte dell’illusione sociale che ce l’appioppa addosso per il suo tornaconto. Poiché essa prima o poi deve colpirci non vuole mancare il bersaglio. Senza società niente identità. Chiediamoci: chi è l’assassino? Colui che ha commesso i delitti o anche chi li ha oltrepassati non in un abbietto rimorso ma in una coscienza più vasta che li include e con i quali ormai non si identifica? Ma l’identità ha un esclusivo senso sociale, non ha significato alcuno davanti all’universo e dunque è costui colui che ha ucciso, non l’altro. Naturalmente davanti al cosmo (o a Dio: Deus sive Mundus) egli è innocente.

Pistole. L’arma da fuoco riceve da Hegel una superiore giustificazione e la benedizione finale. «Essa – scrive Hegel – fu uno strumento essenziale per l’affrancamento dalla forza fisica dei singoli… Le fortificazioni dei castelli, gli strumenti dell’isolamento individuale, armature, e corazze, queste preziose armi di difesa del singolo, furono rese inutili… Si può bensì deplorare la fine o la decadenza del valore dell’eroismo personale… Ma, in realtà, l’arma da fuoco fece nascere il coraggio superiore, quello più spirituale, più razionale, più cosciente…». L’essenza dello spirito è la pistola, la minaccia permanente contro la vita come nemica di esso. Occorre una pistola e «du courage», dice Voltaire. Essa non deve mancare nella casa del filosofo.


Manlio Sgalambro, In nota in “La Sicilia”, 6 febbraio 1988

I commenti sono chiusi.