Convito

Hegel

Hegel

Meditazioni provinciali

Cattiva impressione. Vi sono pensieri che danno l’impressione di essere definitivi; che non vi si possa aggiungere né togliere niente. Proprio per questo non si sa che farne. Impacciano. Così in certi vecchi testi religiosi, vedici o ebraici, o in pensatori come Schopenhauer. Si sente che in essi è stato detto tutto, eppure non si sa che farne, proprio per questo. Ma ciò che dimostra? Per i filistei della verità, essa si deve poter scambiare – tu mi dai la tua, io ti do la mia – impiegare e mettere a frutto. I pensieri sterili, dal grembo infecondo, sono banditi. Ma essi lo divennero perché troppo osarono.

Interpretazione dell’interpretazione. Fa specie che un grande testo debba dipendere dalla interpretazione del primo imbecille, quanto, se non più, che la realtà del mondo dall’apparato percettivo dello stesso.

Sensi di colpa. Nel senso di colpa che si prova nel godimento della bellezza, c’è anche lo stupore che in questo mondo si possa responsabilmente godere di qualcosa che non sia lo spasimo irriflesso del coito. Nell’idea di sofferenza che viene evocata dalla grande poesia in levigate bellezze, quest’ultima ha sempre suscitato il sospetto di connivenze e in complesso lo stesso meccanismo dell’arte induce a quel perdono che non vorremmo concedere a nessun costo.

Anticaglie. È roba di altri tempi seguire una filosofia per rendersi tangibile l’idea di verità. Attraverso le idee di una filosofia praticare la verità medesima. Oggi che la verità non «è» ma «si fa», qualsiasi imbroglione l’ha sempre sulla punta della lingua e una filosofia serve, al più, a farne un’altra.

Giornale e metafisica. Le ultime metafisiche di rilievo mondiale, quelle di Hegel e Schopenhauer, sono figlie dei giornali che essi leggevano come preghiera mattutina o atto dissacratorio; non del ritorno in se stessi. «Ma anche in realtà avviene così e io l’ho letto più volte in giornali inglesi». A questo modo Schopenhauer eleva l’ultima notizia a notizia delle cose ultime. Nei giornali, effimera eco dell’avvenuto, stanno le parole chiave raccattate dalla strada: la cronaca del mondo è il tribunale del mondo. Gli asserti della metafisica, rifiutati senza sospetto dalla ingenua filosofia, sono ormai appannaggio dei giornali: Dio è il Grande Petrolio. La loro metafisica libra nell’aria ciò che sta sotto terra. Esso ballonzola leggero e poi si scioglie e scompare. A domani.

Fantasmi. Quegli uomini che ti guardano da una foto sono divenuti quello che sono sempre stati: immagini.

C’est la vie! Come attraverso gli occhi del cavallo Passolungo, nel racconto di Tolstoj, la vecchia, arcinota vita torna a fare rabbrividire, così è attraverso gli occhi degli animali che Schopenhauer vede il mondo come l’inferno che è; di questi animali dei quali già Hegel, nell’Enciclopedia, rende noto che i sentimenti che li legano ad esso sono sentimenti di insicurezza, d’angoscia e d’infelicità. Il soggetto animale, che percorre come un filo segreto la gnoseologia schopenhaueriana, quasi come ennesimo tiro giuocato a quello idealistico di stretta osservanza, adombra tuttavia la cosa migliore che si possa pensare degli uomini, e che persino Schopenhauer a tratti concede, che sono animali anch’essi.

Metafisica della vecchiaia. Nel giro di una vita si arriva in verità a sapere, e comunque a capire, di che si tratta. È come se fosse per questo che da quel momento le malattie ti aggrediscono, vengono meno le forze, si diventa vecchi. È come se l’autoconservazione si difendesse e invero essa lo fa spietatamente, mettendoti fuori uso. Quando ormai hai capito tutto, sai quel che c’è da fare, non ti serve più a niente. Anzi, affinché non restino più dubbi, ossia ti venga tolta qualsiasi possibilità di nuocere, muori. Così si potrebbe vedere, nell’economia di equilibrio cosmico, una metafisica della vecchiaia.

Homo vociferans. Una volta il tono di voce modulava ciò che si voleva dire e lo rispecchiava sommesso. Si infletteva verso i toni bassi e il timore stesso si incuteva abbassando la voce. La minaccia si serviva di una voce cupa ma non urlante. Oggi si grida. Solo la voce stridula si fa intendere. Essa rompe il silenzio come se fosse di coccio. Forse per superarne la voce invadente. Trasformata in grido la parola umana si sconsacra e sempre più s’apparenta ad analoghe manifestazioni di altre specie. Se si definisce l’uomo come l’essere che grida si sarebbe oggi più vicini al vero. Ma nello stesso tempo aboliti sarebbero i confini che segnavano le differenze dal miagolio o dal ruggito, dallo squittio o dal barrito. Da questo punto di vista s’annulla, come pare, ogni significativa distinzione. Solo sembra salvarsi il linguaggio come scrittura il cui primato sulla parola vivente si riscatta dalla condanna socratica. La parola parlata decade con tutto il linguaggio attinente. Ma forse il grido in cui essa s’è trasformata è un grido d’aiuto.

Ultima conoscenza. L’uomo della conoscenza sopravvive di un attimo alla catastrofe finale nell’anticipante idea. La conoscenza assoluta è conoscenza della assoluta catastrofe. Poiché tutto dev’essere visto in riferimento ad essa, a come un giorno tutto sarà, l’individuo si porta addosso ciò che niente scongiura. Il fragile ostacolo del tempo, frapposto tra noi e la fine, non tiene conto che il tempo stesso è questa distruzione. Lo sguardo che si poggia su di essa è come se accarezzasse per l’ultima volta ciò che scompare. L’ultima conoscenza è un addio.


Manlio Sgalambro, Convito in “La Sicilia”, 30 gennaio 1988

I commenti sono chiusi.