La verità è piccola e rivelata

Il pensar breve di Sgalambro

Sproloquio e relativismo sono le espressioni più tipiche del nostro tempo. Chi ama spalancare la bocca a vuoto e buttare fuori parole senza sapere non sta nella pelle alla notizia che al pensiero sono ormai concesse solo opinioni. Ciascuno dica la sua, si esibisca. La celebrazione della varietà sottrae all’uomo la ragione ristabilendo il primato della forza. Quando il libero emancipato relativista avrà esposto la sua opinione con tutte le parole possibili sarà stanco a sufficienza perché il più forte lo conduca dove vuole, non trascurando di rivolgergli i dovuti complimenti.
L’illusione che sia possibile continuare a pensare anche dopo aver abbandonato ogni tensione verso il mistero dell’esistenza ha mostrato chiaramente la sua vanità. Materialismo e scientismo dopo aver canzonato gli slanci della metafisica, indispettiti dal loro stesso fallimento, universalizzano la propria debolezza. Il cosiddetto pensiero debole non è soltanto, come ci si attenderebbe, una confessione di impotenza, ma la pretesa di trasformare i propri personali limiti in limiti universali del pensiero.
Un invito a un pensiero forte, non di molte parole, quelle che occorrono per dire la verità, è contenuto nell’ultimo libro di Manlio Sgalambro, Del pensare breve, di Adelphi. La consapevolezza che «l’alt della metafisica, contrassegnato da severi divieti, ha come risultato una filosofia stracca, per castrati», riapre il sentiero interrotto verso l’assenza delle cose. Bandita ogni dimostrazione il filosofo mostra i risultati della sua esperienza tralasciando il superfluo. Al cospetto della verità il pensiero tace; e quando, senza mai trascurare il pudore della sua finitezza, prova a dire di quell’incontro, la brevità si presenta come l’unica possibile espressione. A chi dice che i ragionamenti dei filosofi sono piccola cosa, il filosofo risponderà con le parole di Zenone: «Dici il vero, se possibile anche le loro sillabe dovrebbero essere brevi».
Il pensiero breve non ha niente a che vedere con la superficialità sciattona, che si compiace di preparare un buon sonno come si conviene chi condisce con la propria grossolanità i commerci quotidiani. Niente distrazioni. Chi cerca nella vaghezza la soluzione delle proprie paure si condanna a una fuga insensata. Quando la realtà irromperà con fragore nei nostri banchetti a cosa sarà valso essersi illusi di averla evitata? Meglio sarebbe stato frequentarla ordinatamente nell’esercizio di una costante attenzione. La verità è la meta del filosofo. Essa detesta le parole inutili, l’ignoranza contrabbandata per opinione, la pusillanimità dei consolatori, la fiacchezza esibita come moderazione. Solo una costante attenzione alle cose ci può condurre al suo cospetto. La verità non è un nostro prodotto, il risultato strabiliante di una acrobatica ragione o la pedante osservanza di un metodo. La disciplina ci prepara ad incontrarla, ma essa giunge dall’esterno. Ecco perché ogni verità è verità rivelata. L’esaltazione chiassosa di chi ha fatto da sé ci allontana dalla verità. Sgalambro lo sa: «Quand’è che una filosofia si deve dire monumentale? Quando non si può né disfare né rifare e lo stesso maestro ne è discepolo e deve apprenderla come uno qualsiasi, buttato ginocchioni». Il filosofo pensa ciò che non gli appartiene. Con umiltà accoglie i doni che riceve e se ne sente indegno. La boria non lo corrompe perché sa di esserne strumento. Egli ascolta senza nessun privilegio particolare: aver pensato la verità non lo distingue da tutti gli altri uomini che si accostano per apprenderla. Dopo aver deposito il pensiero in un libro accorre a leggerlo e se ne meraviglia come chi lo leggesse per la prima volta. Prova lo stesso disagio di chiunque si avvicini alla verità. Niente buone maniere o consolatorie trovate; niente giri di parole o tiepide anticipazioni.
La verità «non illumina solo prati ridenti, gai animali che giuocano o esseri umani che si rotolano abbracciati. Questa stessa luce che li illumina, li brucia». Ci si accosti ad essa con devozione. Non le si addice la spavalderia razionalistica, che si illude di svelare ogni segreto dell’universo e ci restituisce, alla fine, solo qualche ridicolo nesso causale lasciando irrisolti i più urgenti problemi della nostra esistenza. Perché chiedere maggiore semplicità e chiarezza, ulteriori dimostrazioni? Il fallimento di un pensiero facile è davanti ai nostri occhi. Il pensare breve, invece, assegna al filosofo una missione profetica. Ciò che ordinariamente chiamiamo ascoltare o intendere non equivale ad essere consapevoli di aver ascoltato o di aver inteso. Il filosofo pensa senza preoccuparsi di codesta consapevolezza. La verità lo ammonisce parafrasando il libro di Ezechiele: ascoltino o non ascoltino sapranno che in mezzo a loro si trova un filosofo.


Angelo Scozzarella La verità è piccola e rivelata in “La Sicilia”, 16 luglio 1991

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