Alberi senza radici: l’era dei neoprimitivi

Nella celebre canzone di Franco Battiato, Shock in my town, scritta con il filosofo lentinese Manlio Sgalambro, e contenuta nell’album Gommalacca (1998), viene tracciato in maniera originale e catastrofica uno scenario tremendo, ma realissimo!
Il fatto evidente di un popolo caduto nella confusione, viene tratteggiato con immagini fortissime: “rozzi cibernetici signori degli anelli, orgoglio dei manicomi”; e tra droghe e allucinazioni (chiaro il riferimento alla generazione appartenente alla rock band statunitense dei Velvet Underground), ci si imbatte in “tribù di sub-urbani” che devono ricorrere alla mescalina “per scappare via dalla paranoia”. Un viaggio che “finisce male”.
Di fronte a questa visione, Battiato, che da sempre si è contraddistinto per la sua eclettica e complessa ricerca spirituale, ricorre con “urla” alla dottrina gurdjieffiana degli shock addizionali e del risveglio della kundalini.
Tuttavia, è bene soffermarsi soprattutto su questo passo del brano: “ho sentito urla di furore di generazioni senza più passato, di neo-primitivi”. Le droghe, le allucinazioni, le masturbazioni mentali del fantasy, il caos etc., sono gli effetti di questo grande e vero male: un popolo senza radici! Da questa causa deriva tutto lo sfacelo!
E non è un caso che, nella canzone, il rimedio viene cercato proprio in ciò che è stato perduto: il senso spirituale della vita. Infatti, da tante generazioni, non si prende più in considerazione lo studio delle religioni. Sì, lo studio non la fede! Perché, che una persona abbia o no fede, è un fatto del tutto intimo e personale, e nessun proselitismo dovrebbe essere fatto da una fede che sa di essere una perenne veritas indaganda. Ma, senza lo studio delle proprie tradizioni, e quindi senza lo studio delle religioni (che scavano nella profondità dell’animo umano e dei suoi bisogni concreti), ci si ritrova ad essere come alberi senza radici, ossia come “esseri morti” (o come si dice nel gergo comune: come morti viventi).
Questo destino è toccato soprattutto al cristianesimo occidentale, sia perché l’Occidente ha preso delle direzioni filosofiche e scientifiche di stampo illuminista, sia perché è avvenuta una veloce secolarizzazione. Invece, altri popoli appartenenti ad altre religioni (dall’ebraismo all’Islam, dal buddismo al confucianesimo) non hanno conosciuto la forza dirompente di questi fenomeni e hanno mantenuto un’identità forte, il cui fascino attira pure numerosi cristiani (che non sanno più cosa e dove cercare).
Così, continua la canzone di Battiato, si può costatare che “stiamo diventando come degli insetti, simili agli insetti”. Siamo invasi da miliardi informazioni, abbiamo una sviluppata tecnologia, siamo ossessionati da un futuro iper-innovativo, siamo convinti che tutto ciò che non sia spiegabile scientificamente non esista e che siamo il popolo del progresso (infatti, vogliamo portare ed esportare i nostri valori ovunque, perché riteniamo con certezza che questi siano i più veri ed efficaci).
In realtà, pur possedendo quasi tutto, non sappiamo più esprimere i nostri reali bisogni di alberi che hanno scientificamente (qui la base realissima e concreta delle religioni) bisogno delle loro radici. E l’albero, per vivere bene e dare i suoi frutti, si può abbeverare pienamente solo alla fonte della spiritualità. E’ come se si vivesse nella forte convinzione che il mondo sia nato con noi e che non possegga nessuna storia. Comunichiamo incessantemente, ma come ha scritto Sgalambro in un suo testo filosofico: “esprimerci ci riguarda, comunicare è da insetti!”. Ne saremo capaci?


Luca Farruggio, Alberi senza radici: l’era dei neoprimitivi in “Insieme Ragusa”, 6 maggio 2016 – Collegamento esterno

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