Manlio Sgalambro: lo sguardo obliquo

Filosofo, icona del pop cantautorale, ateo amante delle granite, pedina del Caso

Sua maestà il Caso poco meno di un secolo fa, nell’insondabilità della sua ironia, si divertì a plasmare un altro demolitore di certezze come lo fu il sofista Gorgia. Manlio Sgalambro infatti nacque a Lentini, in Sicilia, nel 1924, figlio di un farmacista di cui non seguì le orme professionali. Radicatosi poi a Catania, non sposò l’abito della filosofia di professione, alla quale preferì la facoltà di giurisprudenza per il forte l’interesse verso il diritto penale. Ma il motivo vero risiedeva nel rifiuto dell’accademismo italiano ostaggio di Croce e di Gentile. La folgorazione della filosofia lo colse ancora adolescente nell’ambiente serioso della biblioteca di un parente e sotto le ostiche sembianze della prosa del positivista Roberto Ardigò, cui seguirono la lettura dei Principi di psicologia di William James, delle Ricerche logiche di Husserl, de Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer, delle opere di Kant, Hegel, Nietzsche e Kierkegaard. A partire dal 1945 iniziò il suo tentativo di martellamento dell’egemonia idealistica della cultura italiana, durante il quale imparò a nutrirsi dell’armamentario retorico tagliente di Karl Kraus e che si concretizzò nella collaborazione alla rivista catanese “Prisma” per poi impegnarsi dal 1959 con Sebastiano Addamo nel periodico “Incidenze”, sulle cui pagine comparve il suo celiniano Crepuscolo e notte.
Fedele ad una sorte di ritrosia verso le scadenze istituzionali, Sgalambro proseguì in questo modo la sua attività intellettuale fatta dell’episodicità fulminante di certa saggistica, che si faceva beffe delle opere di sistema promosse dal sistema. Fin quando, alla fine degli anni settanta, si decise a inviare il crogiolo concettuale dove convergevano i sui strali alla casa editrice italiana che scandalizzò certuni quando decise di pubblicare l’opera di Nietzsche all’epoca della rigidità delle etichette ideologiche: l’Adelphi diretta da Roberto Calasso, orientalista e amante di sconosciute gemme cartacee. Ed è così che La morte del sole e le sue pagine abbaglianti dissolsero l’iniziale gelo che lo accolse da parte di uno dei redattori cui pervenne per un parere, poiché fu Calasso in persona, complice Sergio Quinzio, che impose la scelta di pubblicarlo nel 1982. Il miracolo editoriale si rinnovò poi con lo stesso editore con il Trattato dell’empietà (1987), Anatol (1990), Del pensare breve (1991), Dialogo teologico (1993), Dell’indifferenza in materia di società (1994), fin quando proprio a metà degli anni ’90 iniziò a collaborare con il cantautore Franco Battiato, che sempre il Caso volle che conoscesse in occasione della presentazione, nel 1993, di un volume di poesie dell’amico comune Angelo Scandurra. Da allora le successive fatiche saggistiche di questo Gorgia della postmodernità (La consolazione, 1995; Trattato dell’età,1999; De mundo pessimo, 2004; La conoscenza del peggio, 2007; Del delitto, 2009; Della misantropia, 2012) uscirono sempre per i tipi di Adelphi parallelamente agli album di Battiato, in cui il virtuosismo della sua penna sostituiva degnamente quello del violino di Giusto Pio degli album degli anni ’80, al punto che il successo di pubblico e di critica del brano intitolato La cura (contenuto nell’album L’imboscata) indussero qualche intervistatore a chiedergli se lui stesso pensasse di venir ricordato un giorno più per essere stato il paroliere del cantautore siciliano che non come filosofo. Interrogativo al quale non esitava a rispondere seccamente con: ”La domanda è mal posta, perché io non voglio essere ricordato”.
Al di là di tutto, sempre nell’impassibilità del suo atteggiamento, a metà fra la sfinge impenetrabile in completo grigio e quei navigati uomini d’età del mezzogiorno d’Italia che conservano sempre vezzosamente in tasca delle caramelle all’anice, Sgalambro dimostrò di non subire passivamente i suoi nuovi abiti pop, che invece nobilitò non solo collaborando ai brani musicali e ai libretti d’opera (Il cavaliere dell’intelletto, Telesio) di Battiato, ma anche con stringati saggi di estetica musicale (Teoria della canzone, 1997) e addirittura cimentandosi lui stesso come cantante nel 2001 quando pubblicò l’album Fun club, prodotto da Franco Battiato e Saro Cosentino, ormai consapevole del potere icastico della canzone, capace di esprimere in tre minuti quanto può fare un libro in centinaia di pagine. Impassibile di fronte al suo successo, pervenuto in età matura, dal quale si schermava con i suoi occhiali scuri che sormontavano un volto crostoso, fatto quasi di coriacei gusci di mandorle, non indietreggiò nei confronti di tutto ciò che potesse eventualmente incutergli un certo timore reverenziale. Non sopportava l’imbalsamazione celebrativa che la critica letteraria aveva fatto di Pirandello, e ancora di più quella di Leonardo Sciascia, con cui tuttavia si trovava d’accordo circa la retorica del professionismo antimafia. Così come non esitò a pronunciarsi sulla mafia con toni che furono certamente fraintesi, poiché non a tutti fu chiara la lettura metafisica che Sgalambro faceva del fenomeno, facendo forse un po’ inconsciamente il verso a certe riflessioni gattopardesche di Tomasi di Lampedusa, ponendo l’accento sull’indecifrabile dimensione che interpella la natura stessa dell’uomo, sospesa fra paradiso e inferno. Non si curò di inchinarsi a nessuna icona sacralizzata della politica, che dimostrava di sferzare come pochi, senza indugiare nell’offesa bensì in un’originale critica all’acido muriatico e visse sempre nell’intimità della sua cerchia domestica, affacciandosi dal balcone della sua abitazione a Catania, nei pressi dei famosi chioschi delle amate granite, che gli valsero l’appellativo di “Cioran agli agrumi di Sicilia” affibbiatogli da Marcello Veneziani in occasione della celebrazione della sua morte, che lo colse il 6 marzo 2014 a Catania all’età di 89 anni. Ebbe, lui ateo, regolari funerali religiosi. L’ultimo tiro mancino di sua maestà il Caso.


Francesco Clemente, Manlio Sgalambro: lo sguardo obliquo in “Mangialibri”, 26 aprile 2016 – Collegamento esterno

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