Sgalambro, filosofo pessimista che sapeva come godersi la vita

Sgalambro filosofo pessimista che sapeva come godersi la vita

Omaggio a due anni dalla morte

Chissà se Manlio Sgalambro, scomparso esattamente due anni fa, avrebbe gradito questo omaggio postumo in forma di saggio, lui che si era messo in guardia da lunghe commemorazioni post mortem, chiedendo «su di me solo poesie». Di certo, la preziosa raccolta di saggi e testimonianze a lui dedicata, Caro misantropo (La Scuola di Pitagora, pp. 334, euro 23), rende onore alla straordinaria figura di questo filosofo italiano, compendiandone vita e pensiero o, meglio, dimostrando come la sua biografia sia stata nient’altro che la sua filosofia.
Nel libro, curato da Antonio Carulli e Francesco Iannello, emerge il profilo di un pensatore geograficamente periferico (trascorse tutta l’esistenza in Sicilia, tra Lentini e Catania) e tardivo (pubblicò la sua prima opera importante, La morte del sole, nel 1982, a 57 anni), ma capace di trattare le massime questioni filosofiche in chiave universale e oltre le mode e le scuole del momento.
Attraverso un pensiero rigorosissimo, sebbene alieno da qualsiasi classificazione, riuscì a dar vita a un’opera sistematica (toccò tutti gli ambiti classici della filosofia, dalla cosmologia all’etica fino all’estetica), e allo stesso tempo fu in grado di combinare cultura alta e bassa, contaminandosi con le arti pop, come testimonia la collaborazione musicale con Franco Battiato (che del libro in questione firma la copertina, con un ritratto originale dell’amico).
Proprio per questa sua eccentricità e questo suo eclettismo, Sgalambro non si può ricondurre a una sola corrente di pensiero (l’irrazionalismo, l’esistenzialismo o il Kulturpessimismus di inizio Novecento), così come non si può dire che ne abbia creata una: semmai ha lasciato solo discepoli affezionati, fan devoti, lettori, ammiratori e amici.
Uno di questi, Antonio Carulli, con la venerazione per un maestro che non può e non deve avere eredi, nel suo saggio invita provocatoriamente a liberarsi di Sgalambro come massima forma di gratitudine nei suoi confronti. Ma insieme ne riconosce il lascito inestimabile, nel suo restituire dignità sia al contenuto che allo stile della filosofia, in tempi di «stanchezza del pensiero». La forza di Sgalambro, secondo Carulli, stava proprio qui: nella sua inattualità (il suo «meraviglioso anacronismo») e nel suo isolamento provinciale, che lo collocavano a una distanza siderale dal mondo delle accademie, da quegli «impiegati della filosofia», come lui stesso li chiamava dispregiativamente.
Un irregolare del pensiero, che alcuni hanno considerato la versione siciliana del rumeno Emil Cioran. Anche se l’analogia, fa notare Patrizia Trovato in un altro saggio, regge più quanto alla forma (entrambi sono stati maestri dello scrivere breve e dell’aforisma fulminante) che al contenuto: laddove il nichilismo di Cioran si esauriva nella constatazione che nulla ha senso, quello di Sgalambro si alimentava di una lotta continua con Dio, esistente, creatore del mondo e perciò colpevole.
Nonostante il suo rifiuto della militanza culturale in senso stretto, tipica degli intellettuali à la page, Sgalambro non maturò mai un completo disinteresse verso la politica. Anzi, in un paio di pillole che riemergono nel saggio di Antonio Iannello Carulli, si riscopre la carica polemica di un pensatore critico verso il comunismo (l’unica sua forma realizzabile, secondo lui, era il comunismo metafisico della Ginestra di Leopardi) e il luogo-comunismo, quello che derubrica ad esempio la cultura a buona azione di governo (ma così la cultura viene ridotta a una pratica da sbrigare).
Quanto di più lontano da un uomo che rese viva la filosofia, portandola fuori dai suoi spazi istituzionali, tenendo lezioni ai suoi adepti in un pub mentre infuriava l’heavy metal, come ricorda divertito il suo intervistatore Giuseppe Testa; che rubava citazioni ai grandi del passato e rubava anche libri (come quel Tramonto dell’Occidente sottratto al professor Santo Mazzarino, in quanto «i libri non si chiedono in prestito; all’occorrenza, si rubano», sosteneva); e che, nonostante il suo sguardo spietato sul vivere, sapeva apprezzarne la bellezza – dall’amore per la buona tavola alla “curiosità” per le donne – da buon pessimista gaudente qual era.


Gianluca Veneziani, Sgalambro, filosofo pessimista che sapeva come godersi la vita in “Libero”, 6 marzo 2016

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