Recensione a “Dialogo teologico”

Il filosofo, sprezzante dell’impertinenza, proprio perché ne fa quasi un abuso, domanda: cosa intendiamo quando si dice “Dio”? Allora il teologo, impassibile, risponde: “Dio” non è una parola priva di senso, tuttavia essa non è consolatoria perché a ben guardare il bene stesso deriva dall’allontanamento da esso. Il filosofo replica indomito che si vuole il bene per disprezzare meglio Dio. Il teologo, a questo punto, difensore indefesso della sua missione, si inorgoglisce, perché fa osservare che l’annullamento di Dio è davvero un arduo cimento da compiersi, se non addirittura impossibile. Da questo punto di vista, l’ateo che rinuncia a Dio no sa cosa si perde. La teologia è, in fin dei conti, un’impresa intellettuale paradossale, poiché nello stesso tempo intende conservare Dio e disprezzarlo. In che cosa, in ultima analisi, concordano il filosofo e il teologo? Entrambi si trovano a riconoscere che il vero pensiero è quello che riesce a minacciare la realtà, perché tutto ciò che ha a che fare col pensiero deve incutere paura…
In queste caustiche pagine Manlio Sgalambro non cede alla facile tentazione dell’anticlericalismo: piuttosto ribalta l’immagine del teologo che si affida alla fede per parlare di Dio, perché i suoi strumenti sono quelli invece del freddo intelletto, chiamato a vivisezionare razionalmente l’illustrissimo cadavere che gli si para davanti. Con l’intonazione di un coltissimo e semiserio sberleffo Sgalambro realizza il sovvertimento della massima mistica di San Bonaventura dell’Itinerarium mentis in deum in quello dell’Itinerarium mentis contra deum seguito dalla teologia ufficiale. Siamo di fronte ad un saggio sulle ragioni profonde della psicologia del teologo, ad un mirabolante esempio di lettura dal di dentro di ciò che si presenta angelicato e puro, ma che in realtà si avvale di quegli stessi atteggiamenti e dottrine che si pretenderebbe di combattere (scetticismo e ateismo) con lo slancio disinteressato della fede. Probabilmente, senza esagerazioni, si sfoglia un implicito e delizioso omaggio al Nietzsche smascheratore della grammatica di Dio.


Francesco Clemente, Recensione a “Dialogo teologico” in “Mangialibri”, 10 febbraio 2016 – Collegamento esterno

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