I parvenu dell’intelletto e l’isola che non esiste più

Nella bella intervista di ieri a questo quotidiano Franco Battiato ci ha fatto rimpiangere una città che è stata. Parlava di città galanti al profumo di gelsomino, dove gli uomini passeggiavano al braccio di donne olandesi, e di luoghi letterari frequentati da intellettuali che si riconoscevano fra loro. Erano le città e i paesi di una Sicilia che non esiste più, o almeno non esiste più palesemente.
Antonio Di Grado, citato da Battiato come uno dei protagonisti di quell’epoca, ha postato ieri sulla sua pagina facebook un brano di Vitaliano Brancati: “L’uscire dalla torre d’avorio è per un letterato un vizio perverso come, per alcuni mariti del sud, quello di andare a donne a una certa ora della sera. Si esce dalle quattro mura per non restare di fronte a se stessi, e perché il foglio bianco ci sbadiglia davanti”.
C’era Manlio Sgalambro, in quell’epoca dorata, che scriveva Piccolo pub: “Birra e urina si scambiano le parti: la latrina è il tuo caveau. Regalo della notte, piccolo pub”. E c’erano due che sempre presenti mi piace ricordare, Angelo Giordano e Antonio Schilirò, in una città di bar e libri e battute feroci e vivissime dove i tramonti aprivano luci a chi ne voleva ancora e ancora di più.
Ma è storia di ogni paese di quest’isola, dove passeggiavano gli Sciascia, i Bufalino, i Piccolo, le Sellerio, i Turi Ferro, fate voi. Cosa ne è stata di questa Sicilia? Dove sono le olandesi?
Questa rubrica una spiegazione ce l’ha, e la ripete da tempo. La politica si è avventata sulla cultura come ultima risorsa di visibilità nell’epoca della crisi. E tutti voi, che amavate il perverso vizio di abbandonare la Torre d’Avorio, vi ci siete rintanati orripilati da questi parvenu dell’intelletto che sciorinano numeri e comunicati stampa dove voi tessevate sillogismi drappeggiati come damascati barocchi. Ricordo i colori di quell’epoca, resi lisergici e abbaglianti dalle nostre stesse discussioni.
Mi manca quell’Antonio Presti, quella Maria Attanasio, ohibò, mi manca persino quel Tino Vittorio. Mi manca Fortunata De Martinis e Pippo Raciti con le sue feste segrete dell’intelletto. Mi mancano le Muratti di Pietro Barcellona e mi manca Tertulia. Mi manca quell’Angelo Scandurra, o meglio lui no, ché non è cambiato di una virgola, ma mi manca la luce nella quale era immerso, che eravamo tutti noi ed eravate tutti voi. Mi manca la violenza delle parole che amplificava la violenza dei tramonti e del Jack Daniel’s, dove persino ci si detestava ma solo per riconoscersi meglio.
Minchia, ho 46 anni e già mi mancano tutte queste cose.
Datevi una mossa.


Ottavio Cappellani, I parvenu dell’intelletto e l’isola che non esiste più in “La Sicilia”, 11 gennaio 2016 – Collegamento esterno

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