Recensione a “De mundo pessimo”

Il genio teoretico è colui che insegue la verità senza alcuna pretesa di curvarla a suo piacimento. Egli è obbligato ad un rapporto libero con la verità, da afferrarsi senza alcun interesse. Sotto questo profilo si deduce che la verità condivida con la bellezza il disinteresse: la bellezza è tale, infatti, non perché sia utile o perché abbia valenza morale o giuridica. La bellezza è tale e basta, si limita a mostrarsi per ciò che è. Non è quindi azzardato affermare che verità e bellezza siano due facce indissolubili della stessa medaglia. Ma come si incontra concretamente la verità? Essa ci tocca, anzi più precisamente ci urta e premendo su di noi, ci sta inevitabilmente “contro”. In sintesi: la verità è un “essere contro”. La filosofia nel corso del suo sviluppo si è tristemente imbalsamata riservando esclusivamente il suo sguardo alle “verità interessate”, goffamente consolatorie. Ma solo il pessimismo del coraggio che odia il piagnisteo, quello autentico e non quello lacrimevole, è davvero emancipatorio e come tale impone un rendere giustizia non più al “meglio”, bensì, secondo un monito che è anche di Platone, al “peggio”…
Quando nel 2004 l’ennesima prova saggistica di Manlio Sgalambro vide la luce per i tipi di Adelphi, il mondo doveva ancora riprendersi dallo sgomento per la tragedia delle Twin Towers. De mundo pessimo sortì e sortisce l’effetto di un rogo purificatore, deludendo quanti possano gridare alla gratuità apocalittica; perché il pessimismo vero non è quello della lamentela perenne, bensì un invito a incrociare fieramente lo sguardo pietrificatore di Medusa. La penna di Sgalambro diventa così un bisturi impietoso alla caccia degli organi malati dell’Occidente versato all’autoconsolazione, gareggiando per causticità stilistica con lo Schopenhauer autore de La filosofia delle università e con il pungente Karl Kraus di Essere uomini è uno sbaglio. I suoi fulminei stralci aforistici affondano nell’animo del lettore col bagliore delle sciabolate dell’impassibile samurai, non risparmiando nulla: la vuotezza della filosofia accademica; la distruttività culturale del sistema scolastico; la teologia, che non è scienza di Dio, ma del teologo. Alla fine, però, non c’è la sensazione del deserto, ma quella eterea delle vette più alte dell’“hymalaiano sistema montuoso Sgalambro”, così lontano ma così prossimo ai siciliani monti Iblei.


Francesco Clemente, Recensione a “De mundo pessimo” in “Mangialibri”, 18 novembre 2015 – Collegamento esterno

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