Manlio Sgalambro “un metafisico distruttore”

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Hegel, nell’affermare che la lettura mattutina del giornale avrebbe sostituito – come sua forma secolarizzata – la preghiera, lasciava arguire come la visione del maggior esponente dell’idealismo tedesco fosse segnata da un orientamento tutto positivo – “progressivo”, diremmo – del tempo che la modernità veniva inaugurando. D’ora in avanti, nell’incedere del tempo, con lo sguardo e l’azione nei “fatti mondani”, il sapere del soggetto avrebbe attinto la verità e lo “spirito assoluto” dispiegato i suoi effetti. Non è strano, infatti, che, conseguentemente, egli stesso, enfaticamente, potesse vedere in Napoleone “lo spirito del mondo a cavallo”. Dopo quest’incipit, ci si potrebbe chiedere per quale ragione possa essere Hegel il filosofo da cui partire, dal momento che questi pensieri e accostamenti preludono alla recensione di un volume, denso, ricco e carico di forti suggestioni interamente dedicato a Manlio Sgalambro? A nostro avviso, solo una contraddizione apparente dal momento che Hegel costituisce, per Sgalambro, sin dal suo straordinario saggio d’esordio – irrituale nello stile compositivo, sorprendente per una lingua tagliente, perturbante per la profondità di pensiero –, vale a dire La morte del sole, Adelphi, 1982, il principale bersaglio polemico (pur con quell’esergo hegeliano, secondo cui «c’è molto movimento, ma è un movimento di vermi»), ascrivibile insieme a Cartesio, Kant e a tutti gli artefici delle “filosofie monumentali” a quel Pantheon delle illusioni che ha reciso ogni rapporto tra filosofia e verità, stante che quest’ultima è semplicemente “il mondo senza l’uomo”. E che, «fin dove presenzia l’armonia, l’accordo, arride il successo, lì ancora la verità non si è rivelata» (Sgalambro). Altro che “bella unità tra conoscenza e bene”! Solo se perverte, la filosofia è davvero tale, essendo la verità ostile alla vita.
A poco più di un anno dalla scomparsa del filosofo lentinese – ben presto trapiantato a Catania –, vede ora la luce, una bella raccolta di ricordi aneddotici, interviste e saggi critici a lui dedicata, Caro misantropo. Saggi e testimonianze per Manlio Sgalambro, a cura di Antonio Carulli e Francesco Iannello, edita da La Scuola di Pitagora. Una pubblicazione meritoria e opportuna, notevole per la sua riuscita finalità sistematica, perché offre l’immagine e i tratti di pensiero di una delle figure più significative della filosofia non-accademica (e “antiaccademica”, potremmo aggiungere) italiana. Sgalambro, non soltanto è stato uno studioso e conoscitore eccellente della grande filosofia europea, ma con largo anticipo e in perfetta solitudine – «ogni filosofia è sola», ha scritto – ha saputo cogliere la centralità di figure apparentemente minori, semmai veri outsider e pensatori trascurati dalle grandi filosofie edificanti: basti pensare a quell’Emil Lask – come opportunamente ricordava anche Massimo Cacciari nel Convegno che, in omaggio a Sgalambro, s’è tenuto a Catania lo scorso aprile –, del quale Sgalambro ha saputo cogliere quello scarto, quella distanza che divide la filosofia come “contemplazione” e la vita, scrivendo con plastica immagine che «solo dopo Lask sappiamo che le forme si disseccano sulle cose come il fango sulle scarpe». Ultimo tra i chierici e “teologo senza Dio”, Manlio Sgalambro, nel suo estremo disincanto e lucido sguardo sul mondo, con i suoi profondi, irriverenti e originalissimi “colpi di martello” filosofici, più che riproporre una seconda – e in ogni caso non “minore” – opera di “distruzione della metafisica”, è stato semmai – senza darselo come “ruolo” – un “metafisico distruttore”. Non solo “pessimo è il mondo”, ma si può anche restare «indifferenti in materia di società», senza bisogno di doversi sottoporre a quella “preghiera” mattutina del giornale.
Ricchi di partecipazione le testimonianze e i ricordi aneddotici – Pino Aprile, Pietro Barcellona, Giuseppe Testa, Marco Iacona, Domenico Trischitta, Angelo Scandurra, per citarne alcuni –, cariche di curiosità quelle recensioni che, all’uscita de La morte del sole, stupirono intellettuali e studiosi – Rolando Damiani, Sergio Quinzio, Mario Andrea Rigoni, Franco Rella –, così come, puntuali sono i saggi critici che lo compongono: quelli di Maurizio Cosentino, Antonio Carulli, Patrizia Trovato, Fabio Presutti, Calogero Rizzo, senza voler far torto agli altri non citati.


Roberto Fai, Manlio Sgalambro “un metafisico distruttore” in “La Sicilia”, 12 ottobre 2015

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