Un filosofo tra Nietzsche e Battiato

Un filosofo tra Nietzsche e Battiato

Personaggi. Scompare a 89 anni il pensatore eccentrico che non aveva paura della «leggerezza»

Addio a Sgalambro, nichilista e amante della musica pop

Il mondo era ancora sotto lo choc dell’11 settembre quando la Sony faceva uscire il primo album di canzoni di Manlio Sgalambro.
Canzoni del repertorio classico novecentesco, As time goes by e Cheek to cheek, e poi le francesi immortali (La mer di Trenet e La vie en rose della Piaf). C’era pure un omaggio all’Italia d’anteguerra – Parlami d’amore Mariù, quella che il giovane De Sica cantava in Gli uomini che mascalzoni – e un’incursione nella contemporaneità di Me gustas tú di Manu Chao.
Perché questa amena frivolezza in un momento così buio?, gli avevano chiesto. E lui rispondeva: «Credo che anche dopo l’11 settembre si possa “rinviare il suicidio” con un po’ di leggerezza. È un alleggerimento del peso della vita che ha preso brevemente anche me e spero di comunicare agli altri». Dove l’accento cadeva sulla parola leggerezza, introdotta nel gergo corrente dal bestseller di Kundera, abusata sulle pagine culturali dopo le Lezioni americane di Calvino, maltrattata quando veniva usata come aggettivo da accostare a musica. Lui, il filosofo senza laurea e senza cattedra che ci ha lasciato ieri a 89 anni, invece da tempo perseguiva il suo ideale di leggerezza, mettendo in primo luogo proprio la musica leggera. A cui si era dedicato nel lungo sodalizio con Franco Battiato, iniziato nel 1993. Testi di canzoni, libretti d’opera, film: la loro collaborazione aveva abbracciato tutti i campi possibili. «Senza di lui mi pare impossibile tornare a scrivere i miei testi» diceva Battiato che ieri ha cercato di sottrarsi a ogni commento («Non ho nulla da dire, è una cosa privata, è un dolore personale molto forte»).
Leggerezza, per Sgalambro, aveva un senso preciso e un’origine importante: in un suo scritto, infatti, chiamava in causa Nietzsche che, ormai in aperta ostilità con Wagner, scopriva la Carmen di Bizet e perfino certe operette francesi. Chiudendo – è una citazione dal Caso Wagner – con la musica seria, pesante, per abbracciare finalmente la «musica leggera». Insomma, per Sgalambro, le canzoni (o come troppo spesso si scrive e dice, le canzonette) non erano uno svago cretino, un péché de vieillesse, erano invece la conquista di quella gaia scienza che, appunto, Nietzsche inseguì senza forse mai raggiungerla. Musica leggera nel senso di «musica da niente, musica della terra, ma che dà piacere, fa provare una liberazione», che in tre minuti racconta un mondo. L’unica musica (l’unica letteratura?) possibile dopo la morte della musica classica, seria (a questi temi aveva dedicato una raccolta di aforismi, Teoria della canzone, uscita nel 1997 da Bompiani).
Prima di approdare alla liberazione, al suo «canto della terra», Sgalambro aveva scritto testi di filosofia. Che solo un editore poco allineato come Adelphi aveva saputo apprezzare e pubblicare. Il primo libro uscì nel 1982, La morte del sole, e nel risvolto di copertina, sicuramente uscito dalla stilografica di Roberto Calasso, si leggeva: «In questo libro parla un filosofo di cui non sapremo fino all’ultimo a quale scuola appartenga. Ma subito percepiamo il suo timbro: è un pensiero che ci offre il suo stile prima ancora dei suoi concetti».
Molti altri titoli sarebbero seguiti, Trattato dell’empietà, La conoscenza del peggio, De mundo pessimo. Titoli che incoraggiavano una superficiale etichetta di pensatore pessimista. A cui Sgalambro, sorridendo, ribatteva che chi guarda il mondo com’è non è necessariamente né ottimista né pessimista.
Nietzschiano, però, sì. Nel senso che scriveva «dopo la morte di Dio», in un mondo a cui non c’è più religione né metafisica che possa dare un senso. Nietzschiano anche nella predilezione per l’aforisma, brevi folgorazioni di pensiero capaci di far aprire gli occhi, di snebbiare lo sguardo. Nietzschiano, infine, anche nel costante riferirsi alla saggezza greca delle origini, quella prima di Socrate, dove musica dionisiaca e poesia apollinea avevano dato la nascita alla tragedia.
Sceneggiatore e attore dei film di Battiato (Perdutoamor, Musikanten), autore di testi per Patty Pravo, Gianna Nannini, Fiorella Mannoia, Sgalambro si divertiva molto a comparire in pubblico. Forse anche per mostrare che esser filosofi non vuol dire presentarsi e parlare con la boria ammuffita degli accademici ma, appunto, anche saper cantare una canzonetta. Dove, accanto alla celeste nostalgia dei motivi di un tempo perduto, sapeva anche far scoprire l’infinita tenerezza di un amore veramente umano: «Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via. Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai» (La cura, 1996, testo di Manlio Sgalambro e Franco Battiato).


Ranieri Polese, Un filosofo tra Nietzsche e Battiato in “Corriere della Sera”, 7 marzo 2014

Precedente Omaggio a Manlio Sgalambro Successivo La strana coppia di catanesi oscuri