Da Sgalambro a Battiato la leggerezza che schiaccia

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Morto a 89 anni il filosofo siciliano. Pensatore eclettico e irregolare era diventato celebre in età avanzata come autore di canzoni pop

Nell’ultima intervista, che ci aveva rilasciato meno di un mese fa per “Tuttolibri”, paragonava il filosofo a un cavaturaccioli: uno che «gira e gira e gira per fare un buco e “sturare”, in maniera che salti il tappo e vengano fuori queste cose che io chiamo capricci e variazioni». Manlio Sgalambro è morto ieri a Catania, a 89 anni compiuti lo scorso dicembre. Si parlava appunto del suo nuovo libro di aforismi, Variazioni e capricci morali (Bompiani). Un testo che, nel chiudere il cerchio del suo pensiero, in qualche modo torna emblematicamente alle origini della filosofia, quale era germinata nella temperie ellenica del VI-V secolo, quando non era ancora una faccenda da accademia, né aveva la pretesa di fondare sistemi onnicomprensivi. Il suo scopo? «Far pervenire a una certa illuminazione su una capocchia di spillo», ci spiegava. Niente di meno e niente di più. Bando alle «grandi e perverse filosofie novecentesche che puntano a produrre una Weltanschauung totale», per lui il filosofo doveva essere uno che va «alla ventura», un pazzo shakespeariano (a volte un imbroglione), un detective che cerca di fare luce su quel «giallo assoluto» che è il mistero del mondo.
Come i presocratici (che ci sono pervenuti in questa forma per gli accidenti della dossografia), anche Sgalambro era frammentario, non solo quando scriveva aforismi. Eclettico, tortuoso, ellittico, folgorante. Criptico come Eraclito «l’Oscuro», che qua e là ricorda nella costruzione delle frasi. Anche se le sue tesi riconducono piuttosto al nichilismo radicale del conterraneo Gorgia (nato come lui a Lentini, l’antica Leontini). E come i presocratici – un po’ filosofi, un po’ fisici, un po’ sapienti – era anche lui un irregolare. Scrittore, poeta, sceneggiatore, autore di canzoni, a tempo perso cantante (lo ricordiamo in tv, già ottuagenario, surreale interprete di Non dimenticar le mia parole), non si era mai laureato in filosofia (anzi, non si era laureato tout-court, dopo essersi iscritto a giurisprudenza perché «mi piaceva il diritto penale»), né aveva insegnato (se non per un breve periodo di supplenze nelle scuole, quando il reddito di un agrumeto ereditato dal padre non gli bastava). Si era sposato non più giovanissimo, a 39 anni, e ancora più tardi aveva pubblicato il suo primo libro, nell’82 da Adelphi, alle soglie dei sessant’anni.
Si intitolava La morte del sole e – in una fantasmagoria di richiami che spaziavano senza problemi (Sgalambro era coltissimo, citava in una quantità di lingue moderne e antiche) da Descartes a Spinoza, da Kant a Schopenhauer, ma anche a Poe, Proust, Warburg, Simmel, Spengler – puntava il dito sul «lutto matematico» che avvolge le cose da quando l’universo, disincantato, è ridotto a un immane mostro, avvicinabile soltanto nel respingente linguaggio dei numeri. E in genere tutti i suoi scritti sono pervasi dalla critica alla società e alla socialità, agli esiti estremi della civiltà che ha lasciato soltanto «rovine e ceneri fumanti» di fronte alle quali è compito del filosofo «distruggere, distruggere, distruggere».
A quel primo tardivo libro seguiranno a raffica titoli come Trattato dell’empietà, Del pensare breve, De mundo pessimo, La conoscenza del peggio, Del delitto, Della misantropia, nei quali Sgalambro, non «sine effusione sanguinis», ha sviluppato le sue prospettive di pensatore solitario, a volte solipsistico, dedito al nascondimento e ai travestimenti. Ne risulta una prosa ardua, insieme oscura ma scintillante come un diamante. Dove spesso il senso sfugge, ma quel che conta non è il senso, o meglio il senso è nel suono, nelle vibrazioni che restano a propagarsi nella mente del lettore. E non a caso la musica – dalle canzonette per bambini ai testi per Battiato – è una delle chiavi interpretative della sua personalità filosofica.
La musica e la danza: come il principe Vogelfrei di Nietzsche (autore a cui non risparmia frecciate, ma che cita spesso) il suo filosofo balla, fa piroettare il pensiero. E così sfugge al pessimismo. «Il pessimismo ormai ce lo siamo lasciato alle spalle», ci diceva nell’ultima intervista. «Abbiamo superato il pessimismo come anche l’ottimismo, e questo superamento è la noncuranza verso l’uno e l’altro». Di conseguenza «si può essere più sbarazzini, più leggeri». La leggerezza è la cifra più vera di Sgalambro. «Una leggerezza che schiaccia», aggiungeva però. «Ma ti deve schiacciare, perché se tu non paghi non puoi entrare. Come a teatro».


Maurizio Assalto, Da Sgalambro a Battiato la leggerezza che schiaccia in “La Stampa”, 7 marzo 2014 – Collegamento esterno

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