Il senso della bellezza

Jonia me genuit

Il senso della bellezza torna a occupare un posto nella nostra vita. La bellezza chiama. Il nihilismo artistico in cui siamo vissuti è stato soprattutto un nihilismo pittorico. Per ciò che offriva agli occhi abbiamo avuto per lo più noia e indifferenza. “Tutti i quadri sono belli”: ‘et omnia bona sunt’. Come un dio stanco il testimone dell’arte visiva sbadigliava trovando tutto buono. Cercavamo a volte il bello ma trovavamo solo “abbellimento”. In realtà la visività oggi è in pericolo. Tutto è indirizzato agli occhi.
L’uomo oculare – l’uomo oggi, cioè – costruisce le sue cose in funzione della sua vista e si appaga della loro presenza. Ma che forse la vista è, come egli crede, soltanto ciò che “vede” e ciò che vede soltanto “presenza”? “La vista ha una funzione profetica. Più che per se stessa ci interessa per l’indicazione di quanto può avvenire… La vista è un mezzo per presentare psichicamente ciò che in realtà è assente, e poiché l’essenza della cosa è ciò che esiste anche in nostra assenza, la cosa viene spontaneamente concepita in termini visivi” (Santayana, The Sense of Beauty). Qui Santayana distribuisce saggiamente le forze dell’azione visiva. Chi vede solo ciò che ha davanti agli occhi in realtà non vede. C’è bisogno di esser platonici? La forza di un quadro è quella di restituire un’assenza.
Ma vorrei andare un po’ più in là. La presenza pittorica richiami pure l’assenza (che è infine la bellezza) o no. Ma chi vuole vedere la bellezza cosparsa sul quadro come magica polvere soffrirà le pene dell’inferno. Perché il suo desiderio non sarà appagato. La bellezza è un invito che il quadro le rivolge pressante: può essergli rifiutato. Le mani calde della bellezza hanno accarezzato il quadro di questo pittore. Eppure tutto è “semplice”. Il ritmo della simmetria induce all’equilibrio l’occhio che guarda. I nostri sensi logorati riacquistano vita. S’intende, non è offerto molto alla loro cupidigia. Perché ci si possa ubriacare, manca il “pittoresco”. Pittura senza pittoresco: non ne vedevamo da molto. C’è invece, ne siamo testimoni, quello che il nobile Santayana (questo quadro ci ha rimandato a lui e lui a questo quadro) chiama: “la capacità permanente di piacere”. Battiato ci vuole infine convincere che riprodurre l’imperfezione – il destino dei moderni – è da anime ignobili. Forse è vero.


Manlio Sgalambro, Il senso della bellezza in Franco Battiato, Jonia me genuit. Discografia leggera, discografia classica, filmografia, pittura, Della Bezuga, Firenze, 2013, p. 168

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