Sgalambro, poeta dell’aspro sapore dell’essere

Sgalambro poeta dell’aspro sapore dell’essere

Oggi a Catania il filosofo presenta con Franco Battiato e Angelo Scandurra Nell’anno della pecora di ferro

Stasera a Catania, presso la biblioteca regionale «Giambattista Caruso» (h. 18.30), si terrà l’incontro Sgalambro legge Sgalambro. Nel corso della seduta il filosofo siciliano leggerà alcuni brani tratti dal suo ultimo libro di poesie Nell’anno della pecora di ferro (Girasole Edizioni).

Non è la prima volta che il Pessimista lieto si cimenta con il verso. Stavolta, però, la sfida di Manlio Sgalambro punta più in alto: «L’anno della pecora di ferro – scrive nel risvolto – è nel calendario cinese quello del declino e dell’imbarbarimento. È l’epoca nella quale la poesia stessa diventa, per così dire, impoetica. Nulla più che un atto, oppure un gesto, della laringe e della bocca». Ma è poi sotto la maschera del poeta che non ha nulla da cantare, da dittare, contro la «lenta agonia di esseri senza verità» (L’impero umano) che il filosofo riserva ai pochi felici un distillato, agro sillabario: «La mia infanzia fu così così… / Sapevo che da qualche / parte avevo un appuntamento, / con l’uomo dagli occhi di re» (L’uomo dagli occhi di re).
Accartocciato entro una delle fini confezioni editoriali con cui, di tanto in tanto, ci delizia Angelo Scandurra (poeta, a sua volta, e istigatore di poeti), tutto quanto ha da offrire il libretto, purché il Lecteur non pretenda di vederne davvero il cuore messo a nudo, è l’enigma dell’uomo che ha sognato di «aver letto sette milioni di libri e di aver portato a casa la radice di tutto» (Truman Capote). Un sogno da ragazzo: il «puer æternus» che pure in ogni filosofo sonnecchia e ghigna, sorride e si fa beffe con il tanto Cioran masticato, il Nietzsche deglutito, e lo Hegel assaporato ancora, nel tempo della pecora di ferro, fino all’ultima goccia.
Impoetico sì, quanto lui vorrebbe. Ma non tanto da rinunciare, qua e là, al lampo corrusco della parola di verità, al colpo di stiletto d’una di quelle assonanze in cui Heidegger credette di degustare, leggendo Hölderlin, l’aspro sapore dell’essere.


Giuseppe Testa, Sgalambro, poeta dell’aspro sapore dell’essere in “La Sicilia”, 4 maggio 2012, p. 19

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