Postfazione a “Occhi aperti spalancati”

Occhi aperti spalancati

Il primo atto del racconto iniziale – si vorrebbe dire primordiale – è un seppellimento. Non è questo però che sgomenta. Tante opere lugubri possono essere evocate ma non fanno al caso nostro. Il protagonista seppellisce la sua compagna morta, nelle parole. Parole fitte, senza quasi che vi entri aria, costituiscono il tumulo. Una sublime logorrea, quasi inarrestabile. Siamo certi che lo scrittore le impone una fine per ragioni pratiche, se no non cesserebbe. Ma la scrittura inchioda l’autore e le sue intenzioni. Essa è in realtà interminabile.
«Tutti quelli che vanno a letto la sera, in fondo, vogliono dormire». Constatazione banale, ma che scritta diventa misteriosa. Se io dico: tutti quelli che vanno a letto la sera in fondo vogliono morire, la proposizione è apparentemente profonda. La prima lo è realmente, non in virtù del pensiero, ma della scrittura. Ciò che si svolge è dentro un sogno, ma quel che accade, accade nella scrittura. «A questo punto un uccello variopinto cominciò a confondersi con le sue stesse parole». dice l’autore. Ma noi non sentiamo le parole, noi leggiamo la scrittura. Questo narratore è un narratore di scritture. Si dirà che ogni narratore scrive. Possiamo dire però che vi sono narratori che non scrivono. Il nostro, invece, scrive. Anzi, non fa altro. Le cose di cui parla sono esseri di scrittura.
Abbiamo individuato in questo libro almeno cinque o sei gradi di scrittura. Primo: la scrittura mediante cui lo scrittore scrive; secondo: la scrittura con cui egli scrive di scrivere; terzo: la scrittura scritta; quarto: la scrittura letta mentre viene scritta e la scrittura che nessuno può leggere (nemmeno l’autore), perché è celata da altre scritture; quinto: la scrittura ai cui confini sta sempre una scrittura; sesto: la scrittura oltre cui non c’è più scrittura. «Arrivo in un primo slargo quadrangolare. Da lì partono nuovi corridoi cui seguono stanze, prospettive lontane di archi, altre colonne tortili lucide di colore nero che sostengono altari di pietra, baldacchini ornati, ovali intarsiati con cornici eleganti, stucchi e marmi mischi, irreali trompe l’œil che testimoniano una forte vocazione alla finzione». Ma se la finzione fosse lasciata a se stessa non sarebbe altro che una nebulosa, mancherebbe delle articolazioni che solo la scrittura può darle. Lo scrittore ne è consapevole. «Sopra il tavolo c’è un foglio bianco con una scritta». Queste parole, sperse in qualche punto, danno il senso del tutto. È come se incominciassimo daccapo. È come se incominciassimo con esse. Più in là lo scrittore parla inorridito di un luogo senza scrittura. Ma cosa può essere questo luogo che ci è assolutamente impossibile raggiungere? Come chi lancia la sua conoscenza sino a cozzare contro l’inconoscibile ritorna a se stesso e si dà ormai alla vile saggezza, così l’autore esce fuori definitivamente dalla scrittura. «Le idee regolate dai miei sogni […] i pensieri richiamati dal mio desiderio e che riempivano gli spazi del cielo tra le stelle, erano divenuti il nutrimento della mia vita di ogni giorno, la mia sola intera esistenza. Al di là di qualsiasi possibile viaggio o avventura». Ma una volta uscito dalla scrittura, i suoi propositi non ci interessano più. Sono solo pensieri.


Manlio Sgalambro, Postfazione in Carlo Guarrera, Occhi aperti spalancati, Mesogea, Messina, 2011, pp. 101-105

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