Manlio Sgalambro. Il filosofo cantante maestro dell’ironia

Sono un uomo felice di stare su quest‘Isola

Ha la fierezza e l’eleganza di un ammiraglio in licenza a terra. La gestualità del riposo, ma senza cedere alla stanchezza. «Sono stato un uomo felice, tutto quello che ho progettato l’ho eseguito. Non ho rimpianti. E oggi, come si mira una monetina con il fucile, io miro il giorno»: Manlio Sgalambro, filosofo, scrittore e autore di testi per Franco Battiato, Carmen Consoli, Patty Pravo e Fiorella Mannoia, dall’alto dei suoi 86 anni commenta sé stesso così. Come filosofo si definisce europeo, uno che tratta alla pari con il mistero e fa vedere l’universo a portata di mano credendo che «Il cosmo è un meccanismo e l’intelletto è una cosa».
— Come uomo è un siciliano che ha riconosciuto i suoi desideri e li ha presi seriamente in considerazione. Cosa annovera fra le cose che ha progettato e sono andate a segno?
«Sono stato marito, sono padre di cinque figli, quattro femmine e un maschio, sono stato amante, ho cantato su un palco davanti a migliaia di persone. E sono un filosofo».
— Non ha mai desiderato vivere in una città diversa da Catania?
«No, mai. In passato ho odiato il concetto di città, ma non me la sono mai presa con una città in particolare. E meno che mai con questa. Ci sono sempre stato bene. Devo anche dire che sono per la moltiplicazione delle case, in qualunque città si abiti. Una per ogni diversità di vita. Almeno tre: una per la famiglia, una per il lavoro e una per i piaceri».
— La Sicilia ha assecondato le sue diversità di vita?
«In Sicilia mi sono trovato bene. È la condizione di isola che mi intriga, tanto da averne elaborato una teoria. L’elemento affascinante della Sicilia è che mentre la Polinesia, per esempio, è fatta per vincere il maree trasformarlo in terraferma, noi siciliani non abbiamo mai fatto guerra al mare. È un’isola e basta, circondata dal mare veramente. Non solo come definizione geografica. Questa terra e io siamo sempre stati un impasto. Io ci sto. C’ho un punto. Mi sento sopra in senso fisico. Lo stare a me piace. Stare in Sicilia è un senso di immobilità divina. Forse è per via dell’Etna, che è un emblema dello stare. Della Sicilia mi sono sempre portato l’emozione. Un’emozione estetica».
— In che senso la Sicilia è un’emozione estetica?
«La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera. La verità della Sicilia è nella sua natura, una natura aspra, che sta, dura. La Sicilia è quella raccontata da Stefano D’Arrigo nell’Horcynus Orca. Bisognerebbe che i siciliani lo leggessero, perché rivela molto di più di tanta letteratura politica e civile».
— L’emozione estetica della Sicilia quanto ha influito nell’elaborazione del suo pensiero filosofico?
«Nella filosofia si reprime l’emozione e “bello” non si dice mai con sentimento. Quello filosofico è un bello freddo. Forse ha influito nel mio desiderio di esprimere la bellezza. Ho scritto canzoni per essere un creatore di bellezza».
— Crede che la Sicilia offra un punto di vista privilegiato alla filosofia?
«Mah, vivere e intrigarmi delle cose della vita per me è sempre stato importante. La Sicilia, Lentini, il catanese sono stati luoghi dove le piccole cose hanno avuto una forte intensità. I dettagli hanno sempre attratto la mia attenzione: un fruscio, una porta. La Sicilia per me è stato questo. Un forte sentimento del vivere».
— Partendo dal presupposto che nessuno è profeta in patria, come è stato vivere da filosofo fra Lentini e Catania?
«A Lentini sono stato il figlio del farmacista, uomo integerrimo, a cui con discrezione chiedevo i soldi per potere andare al cinema a vedere Totò e De Sica. A Catania ho fatto lo studente al collegio dei Salesiani facendo ipotetiche trame antifasciste. Il mio primo testo di filosofia l’ho scritto a 58 anni. Quando non ho avuto più dubbi. A quel punto, sì. È stato naturale».
— Come ha capito di non avere più dubbi?
«Pensando e arrivando a toccare l’intenzione di verità. La filosofia è entrare in contatto con l’intenzione di verità. Nella mia famiglia vantiamo un ascendente che è stato un inquisitore. E io ne vado molto fiero. Tutti dovremmo essere inquisitori. La conoscenza non sommuove nulla, gli inquisitori torturavano la realtà per arrivare alla verità. Oggi non si usa più torturare la natura. Io non ho avuto dubbi perché mi sono sentito in qualche modo un torturatore della realtà».
— Da torturatore del mondo sensibile a cantante pop. Come è iniziata la sua collaborazione con Franco Battiato?
«Con una contestazione. Se la prese con me perché avevo detto che se si vuole ottenere qualcosa dai siciliani bisogna metterli con le spalle al muro. Allora ce l’avevo con i contributi speciali per l’Isola. Un’operazione che ha avuto come obiettivo quella di trasformare un’isola ricca di saperi, di pastori e di agricoltori, in un terreno impiegatizio omologato e triste. “Ora ci si mettono pure i cantanti” dissi io. Dopo poche settimane, mi chiese di scrivere insieme Il cavaliere dell’intelletto. Poi sono stato io a proporgli di fare un disco insieme. Frequentare il palcoscenico con ironia ha voluto dire non essere ciò che apparivo. Se si sa contenere, il divertimento è importante».
— Contro ciò che non è desiderabile, più del pensiero filosofico può l’ironia. Cosa ne pensa della situazione politica e sociale siciliana?
«Sono indifferente in materia di società, non mi lascio coinvolgere. Osservo questa rivoluzione buffonesca. Vedo donne anziane che sbattono i coperchi e i maschi che non si sono modificati per nulla e forse provano solo invidia. Visto che è la prima volta che vengo intervistato in quanto siciliano, dico che una delle più grandi soddisfazioni della mia vita è stata cantare in concerto Manu Chao e chiudere gridando: ¡Abajo todos!»


Eleonora Lombardo, Manlio Sgalambro. Il filosofo cantante maestro dell’ironia in “la Repubblica”, 20 febbraio 2011 – Collegamento esterno

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