La fugacità di una canzone

La fugacità di una canzone

Inchiesta sulla sindrome di Peter Pan. Intervista al filosofo e cantante catanese Manlio Sgalambro

«Scrivo canzoni per Battiato dal ’94. Questo mi ha portato a considerare cosa fosse la canzonetta, in un periodo effimero. Se per caso essa non incarnasse questa etera Esmeralda, la delicata farfalla che in tre minuti sviluppa la sua vita, vive e muore. Questa fugacità della canzone, il suo darsi come fugace, anche se poi può durare. Ma il modo in cui appare è sempre la fugacità. Non potrebbe durare di più, non può durare che tanto».

Dal Trattato dell’empietà a De mundo pessimo: due fra i tanti titoli, l’ultimo recentissimo, per farsi un’idea dell’accigliato filosofo siciliano Manlio Sgalambro, gloria catanese. Affermatosi al di fuori di ogni conventicola accademica e addirittura privo di diploma di laurea, il teorico del pensiero negativo, favorito dal suo aspetto severo, ama mostrarsi urticante e ‘cattivo’. Per scelta e per vocazione. Del resto, è un uomo libero, non mendica favori e perciò dice quel che gli pare senza riguardi per nessuno, che sia vivo o morto (il riferimento è alla recentissima polemica innescata da alcune sue dichiarazioni su Leonardo Sciascia e la mafia, di cui riferiamo a parte). Tutto secondo i canoni.
Tuttavia ecco che, in tarda età, lo spigoloso pensatore sale i gradini di un palco, anzi di molti palchi in giro per l’Italia, e si propone come paroliere e cantante. Canta canzoni sue, ovvero scritte per Franco Battiato che gliele ha chieste: ma anche canzoni che furono i cavalli di battaglia di Bécaud, di Trenet e di Aznavour che strappavano diluvi d’applausi già alle prime note. Sarebbero confronti da far indietreggiare chiunque.
Ma lui, l’outsider Sgalambro, non si cura nemmeno se il pubblico, alla sua voce roca, rumoreggi o applauda. Gli applausi, comunque, dovranno pur esserci. E Sgalambro prosegue le sue tournée senza scomporsi. Che si scompongano gli altri, semmai. Che si straccino le vesti, che deprechino: per Sgalambro è sicuramente un motivo di godimento in più.
Ora questo improvviso colpo di coda, questo rimescolamento di carte – da un lato il cupo filosofare, mai del resto abbandonato, e dall’altro la canzonetta futile e fugace, proposta per il divertimento del pubblico – sono sicuramente un sintomo di vitalità sorprendente. Che nell’ottantenne Sgalambro, nonostante il suo ribadito elogio della vecchiaia (vedi il suo Trattato dell’età), si celi un Peter Pan spinto da un irrefrenabile bisogno di trasgressione e di libertà? Con il suo volo verso ‘l’isola che non c’è’ che può voler significare, anche, una presa di distanza da quello che c’è?
Questo, è inutile dirlo, lo rende simpatico. Così come piacevole è stata la conversazione che abbiamo avuto con lui, sorprendentemente addolcito dal successo, nel suo studio gremito di libri. Parliamo allora di Peter Pan, maestro.
«A me pare che questi simbolismi del fanciullo compaiano varie volte nella storia europea. Ma che vuol dire fanciullo? Prolungare l’età della leggerezza e del divertimento, dell’irresponsabilità».
— Proprio lei ha magnificato l’irresponsabilità.
«Ma l’irresponsabilità del filosofo! Ho considerato che l’irresponsabilità è quel momento in cui uno mette consapevolmente tutto al muro. è il momento in cui non si è pressati da responsabilità oggettive, non si è precondizionati nella grande riflessione. Ma per il ragazzo, per Peter Pan, che cosa può essere l’irresponsabilità?»
— Voler restare fanciullo.
«Bisogna fare una scala, dal puer al puer-senex che non vuole accettare lo scorrere dell’età».
— Lei come sente l’età che avanza?
«Come una scalata. Se uno decide di scalare una montagna, salire ancora più in alto è meritorio. Raggiungere la cima. L’invecchiamento è un passo necessario per chi vuol percorrere una certa strada. Non è un passo necessario per chi vuol fare il girotondo».
— Perché si sceglie di restare bambini?
«Perché sono crollate le grandi ideologie politiche dentro cui la vita era posizionata. Oggi tutto questo è crollato. C’è volontà di divertimento: come un nirvana addomesticato, come in una discoteca dove ci si annulla nella musica».
— Anche nei grandi concerti c’è quest’obnubilazione. E lei sale volentieri sui palcoscenici.
«Io uso parlare di emigrazione interna, come i tedeschi quando avevano il nazismo e tuttavia non volevano emigrare come i Mann e i Werfel, ma restare ed operare nel loro Paese. Questa è la mia migrazione interna. Perché io non voglio prostituire il mio pensiero al danaro, ad una professione…»
— Vuole pensare irresponsabilmente?
«Senza avere addosso il pensare istituzionale, che mi obbliga ad essere civis. Questo io lo considero un limite, un limite imposto».
— E allora lei va fuori, trasgredisce.
«È un modo di vivere la mia libertà. Se avessi avuto cariche accademiche non avrei potuto farlo».
— Si sente giovane.
«Diciamo che considero l’età con entusiasmo».
— Una delle pochissime cose che la entusiasmano… Ma è sincero?
«L’età mi fa vedere di più. O magari credo di vedere di più».
— Non si chiede cosa pensa la gente nel vederla salire su di un palco?
«Non me lo sono mai chiesto. Non esiste una pubblica opinione cui dar conto».
— Deve essere liberatorio, disorientare chi se l’immagina nei panni del filosofo e lei gli appare in veste di cantante. Si propone come fenomeno.
«Indubbiamente. Il divertimento esiste».
— È probabile che si divertano più gli altri, che lei.
«E ci sono anche i doveri. Si accumula stanchezza, ci sono le trasferte giornaliere, i disagi. è pesante».
— Sono sacrifici. In cambio ha la soddisfazione di cantare La mer.
«Ci fu uno stoico greco che tradì lo stoicismo per darsi ai bagordi, alle cose <i>vana et futilia</i>. Fu considerato un traditore, ma volle dare l’esempio della libertà del filosofo e di questa possibilità del passare dal sublime e serioso, alle cose vane e futili».
— Alla sua età, è una bella sfida.
«Non amo sfidare. Significherebbe considerare l’altro una parte in qualche modo necessaria al tuo vivere. Non è il mio caso».
— Ma il pubblico è necessario al suo canto. Dovrà cercare di riuscirgli gradito.
«In qualche modo».
— Offre canzoni. La cosa più fugace che esista.
«Ho scritto un libro, Teoria della canzone. E scrivo canzoni per Battiato dal ’94. Questo mi ha portato a considerare cosa fosse la canzonetta, in un periodo effimero. Se per caso essa non incarnasse questa etera Esmeralda, la delicata farfalla che in tre minuti sviluppa la sua vita, vive e muore. Questa fugacità della canzone, il suo darsi come fugace, anche se poi può durare. Ma il modo in cui appare è sempre la fugacità. Non potrebbe durare di più, non può durare che tanto. Il pubblico non la sopporterebbe più a lungo».
— Il tempo d’un refrain.
«Questo senso del fugace è quello che mi è piaciuto di più, che mi ha sfidato. Se sfida mai c’è stata».
— Non teme che il cantante possa offuscare la sua immagine di filosofo?
«No, no. Io sono filosofo dalla testa ai piedi, comprese le scarpe, come avrebbe detto Gentile. Le due cose coesistono, non interferiscono».
— Ma la canzone forse le dà di più. Applausi, se non altro. Si sente gratificato?
«Sì, gli applausi sono piacevoli. Ma anche qui, dura pochissimo. Un momento dopo, tutto si sfarina e non c’è più niente. Ma il bello è questo».
— Vede altri Peter Pan, nella nostra società?
«Battiato è un eterno fanciullo. Poi, per la sconsideratezza, per la leggerezza con cui trattano certe cose, i politici in genere. Credo che il ceto politico dominante, globalmente inteso, sia in un momento di poca formazione, di improvvisazione, quasi un ceto spontaneistico, che non si è formato, che non ha le ragioni per essere un nostro rappresentante. Sentirsi governati da un tal ceto politico, è oltremodo grave, è gravissimo».

La polemica. Sciascia inattuale

Provocatorio e caustico, Sgalambro ha rilasciato giorni fa al “Corriere” un’intervista dal titolo: Sciascia addio, non servi più. Sono seguiti anatemi che hanno fatto sorridere il filosofo. Il quale precisa:
«Io ho posto la questione dello scrittore civile e dei suoi temi, in questo tempo. Il punto è se lo scrittore civile e i temi che esso addita, hanno ancora un senso. O se noi dobbiamo trovare il nostro destino culturale prescindendo anzitutto da questi maestri, i quali hanno indicato solo un tema. Ipnotizzati, in questo caso, dal tema della mafia e non vedendo altro. Io parlo per quelli che fanno cultura, fissando gli stessi temi che Sciascia fissava in altro momento, quando c’erano le grandi ideologie. E allora uno poteva farle, queste incursioni. Ma oggi non abbiamo più questa nicchia ideologica e dobbiamo cercarcela. Se Sciascia trovò nella mafia la sua peste, non è detto che lo sia ancora oggi. Perciò dico all’uomo di cultura: “Vuoi una peste? Cercatela! Ma che sia un tema a te congeniale e non ereditato dai grandi maestri del passato e che tu ti porti addosso!”».


Finetta Guerrera, La fugacità di una canzone in “La Sicilia”, 11 marzo 2005

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