Del vecchio

L’età, nel triste significato del nome, appare come compiuta.
Il vecchio non diviene, ma è. Le filosofie imperanti non cercano in lui l’essere. Il vecchio qua talis non ha alcun ruolo in filosofia.
Ma presto se ne sentirà parlare. Il tempo vissuto è un tempo molliccio.
Il vivere produce il suo tempo e convivono assieme.
L’età invece ti piomba addosso e ti inchioda.
Il corpo occupa lo spazio della coscienza. Per dire così, il vecchio è corpo, interamente corpo. Egli non è più un essere ma parte di qualcosa che si disgrega. Una emorragia. Egli è le sue parti.
Il suo stomaco, la sua vagina o il suo pene, il suo fegato…
Così egli riconosce sé stesso.
È difficile essere vecchio, ma questa difficoltà è la grandezza dell’invecchiato. All’inquieto divenire dei lassi di tempo che precedono succede d’un balzo il terribile essere dell’apparenza, se c’è un essere in cui si mostra il fondo delle cose, questo è il vecchio.
Se mai c’è qualcuno che lo sia, egli è il noumenico.
La conoscenza trasuda dal corpo anzitutto come la sua verità.
Il corpo confuta le illusioni che si fa la mente mentre proprio col corrompersi. Nel linguaggio del corpo che invecchia si traduce la disgregazione totale. L’invecchiato è la spia. Egli mette tutti davanti alla verità che egli è. La conoscenza che ha, o finge di avere, pochi contatti col corpo, che vanta la leggerezza di una libellula, non trattiene niente nel suo pugno. Il vecchio forse non può dire nulla. Ma la sua vecchiaia indica.
Il vecchio è colui nel quale la vita è finita. Ma quale vita?
La vita funzionale, la vita dei ruoli, la vita che passa attraverso il «permesso» di vivere concesso dalla società a certi patti.
Ma è dopo tutto questo che resta la «vita». La bellezza del vivere per nessuno scopo, del vivere per vivere.


Manlio Sgalambro, Del vecchio in Riccardo Mondo – Luigi Turinese, Caro Hillman… Venticinque scambi epistolari con James Hillman, Bollati Boringhieri, Torino, 2004, pp. 227-228

I commenti sono chiusi.