Sgalambro il filosofo «Canta che ti passa»

Si racconta che i primi tempi della sua collaborazione con Franco Battiato, rimase scandalizzato quando la redazione di un rotocalco popolare gli telefonò per domandargli un’intervista. All’epoca era un filosofo «anche se preferirei la definizione di teologo», i cui libri erano pubblicati dalla prestigiosa Adelphi e tradotti in diversi paesi. Oggi, dopo che il «Virgilio» Battiato lo ha condotto in tour attraverso i gironi del mondo contemporaneo, Manlio Sgalambro continua ad essere un teologo, ma un teologo ha inciso un disco di cover ballabili anni Trenta e Quaranta e non solo, pubblicato dalla Sony, dal titolo Fun club, il club del divertimento, prodotto da Franco Battiato, che sarà presentato oggi a Milano all’Osteria del Treno.
Nel disco, che da «divertissement»; si preannuncia invece essere un inatteso successo di vendite, il filosofo di Lentini interpreta una raccolta di «evergreen», da Bésame mucho a La vie en rose, da Ciao Pussycat di Burt Bacharach, a Me gustas tú di Manu Chau, passando attraverso perle come Moon river di Henry Mancini, Non dimenticar le mie parole di Giovanni D’Anzi, per arrivare a quel classico del repertorio di Sgalambro, quel La mer di Charles Trénet che l’anno scorso rivelò il filosofo come ironico e roco chançonnier.
Il progetto è nato per caso: «Una sera – racconta Sgalambro – durante un concerto del tour di Battiato, Ferro battuto, il mio siparietto, nel quale canto alcune canzoni, ha avuto un discreto successo, tanto che qualcuno mi ha proposto l’immediata pubblicazione di un come si chiama… di un singolo. Lo staff della Sony è venuto a saperlo, e ha rilanciato proponendomi un contratto per un intero album».
A onor di cronaca «discreto successo» è un eufemismo, chi segue i concerti di Battiato conosce gli applausi scroscianti che il pubblico tributa da tempo al «filosofo, completo scuro e occhiali da sole, bello che sembra una rockstar» (la definizione è di Serena Dandini, al Salone della musica di Torino di qualche anno fa), tanto che, da sondaggio compiuto sul sito www.fanbattiato.com, risulta che il cinquanta per cento dei fan del cantautore siciliano, ha intenzione di acquistare il cd a scatola chiusa.
Naturalmente il «passaggio» di Sgalambro dal serioso mondo della teologia e della filosofia, a quello dello swing ballabile, suscita parecchia curiosità.
«Dall’incontro con Battiato al disco – spiega Sgalambro – è stata tutta una serie di eventi casuali, eventi che poi però, come sempre succede, si incastrano tra di loro e chi vuole può scorgere altro, ma a posteriori. In ogni caso, in quest’album, mi piacerebbe restituire alla canzone la sua funzione di lenitivo, di semplice divertimento, svagarsi per un breve momento e condividere questa leggerezza con il pubblico. Credo che negli ultimi tempi la canzone sia diventata troppo seriosa, come se si fosse sovraccaricata di significati. In questo Battiato è un maestro: liberarsi dalla seriosità. Immagino – aggiunge divertito – che i colleghi filosofi al mio esordio come cantante storceranno il naso, e forse anche qualcos’altro, ma all’accusa di tradimento della disciplina rispondo che mi porrei il problema se ci fosse qualcosa da tradire, ma anche volendo non ho chi o cosa tradire. Si dice che gli stoici cacciarono Dionigi perché andava a puttane, ma allora c’era una setta. Se oggi ci fosse una setta non la tradirei, ma non c’è».
E forse, se una setta ci fosse, dovrebbe adeguarsi ai tempi, entrare nell’agorà contemporaneo: «Oggi la filosofia è esplosa come tutti i ruoli».
Sono temi, questi, che Manlio Sgalambro ha indagato e teorizzato in due libri, Contro la musica (ed. De Martinis) e Teoria della canzone (ed. Bompiani), dove innanzitutto si fa notare la sostituzione del pensiero con la «canzone», più propriamente con la canzone cosiddetta «leggera»: «Oggi ascoltiamo musica ventiquattrore su ventiquattro, dalle autoradio alle segreterie telefoniche», un segnale che la filosofia non può non tenere in considerazione se vuole confrontarsi con la realtà del mondo contemporaneo. È proprio in questa «fuga» verso momenti, appunto, di «leggerezza», che si possono leggere svariati aspetti dello Zeitgeist, dal bisogno di «grazia» («almeno la domenica») a una presa di coscienza della propria autonomia («Dio ci pesta a dovere, e noi gli cantiamo in faccia»).
«In ogni caso, ripeto, nel mio disco questa funzione è sottolineata, si ha bisogno, un gran bisogno, in alcuni attimi, come di una sospensione della critica, un momento di serenità, questa è la zona, per così dire, spirituale in cui opera il disco che ho inciso».
Al disco dovrebbe seguire un tour, ma un tour dalle caratteristiche particolari: «Ci piacerebbe coinvolgere il pubblico in prima persona, a cominciare dall’abito da sera. Molte canzoni sono degli anni Trenta, ci piacerebbe ricreare per alcuni attimi quelle atmosfere. Ma si sta pensando anche ad alcuni attimi di quelle atmosfere, dei tè danzanti come si usavano una volta, con una grande orchestra e le coriste».
Intanto Vincenzo Mollica, che da anni racconta su l’evoluzione del costume e del gusto musicale italiano, si è proposto per trarre, con materiali e immagini di repertorio, un video dall’album.
Per chiudere, il teologo Sgalambro sta preparando un nuovo libro?
«L’anno prossimo uscirà presso Adelphi De mundo pessimo». Un titolo appropriato per descrivere la situazione mondiale del momento, e un segnale che Sgalambro non canta soltanto.


Sgalambro il filosofo «Canta che ti passa» in “La Sicilia”, 29 ottobre 2001

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