Postfazione a “Daniela Rocca. Il miraggio in celluloide”

L’esile vita di quest’essere induce alla pietas narrativa l’autore. Non vi è alcuna tracotanza stilistica. Non vi si sgambetta attorno per mostrare le proprie attrattive. Uno stile mesto, accorato, ne accompagna le vicende. Interviene con un filo di voce come quegli angeli della Torah che esistono solo per un istante. Trischitta non dà altra esistenza a sé stesso che quella di un lieve gesto che accarezza una vita infelice. Di troppo sarebbero altri commenti. Il bios di Daniela Rocca è un exemplum della vita. Il più giusto epicedio sarebbe: nacque, soffrì e morì. Una breve linea. Oppure: ascesa e caduta. Sarebbe come dire, la vita come essa è, e nient’altro. Ma in questa «eroina» tutto vi si addensa. Tutto quello che si contiene forse in dieci vite. Ancora una cosa vi è da dire e concerne gli autori. Qui essi sono due, padre e figlio. Come in vecchie famiglie di artisti. L’uno ha messo nel conto gli occhi con i quali la vide fanciulla, e la desiderò. E ancora un’altra cosa, una vita in cui si incontravano tutti e un bar mal illuminato. L’altro gli ha dato la voce e la dura materia della scrittura.


Manlio Sgalambro, Postfazione in Domenico Trischitta, Daniela Rocca. Il miraggio in celluloide, Boemi, Catania, 1999, p. 71

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