Vecchiaia, bellezza in cui si specchia il mondo

Vecchiaia bellezza in cui si specchia il mondo

Intersezioni. Olievenstein e Sgalambro

La storia della cultura dell’Occidente ci ha lasciato varie riflessioni, saggi, epistole, trattati intorno alla vecchiaia. Quasi tutti, a partire dal ciceroniano De senectute, fastidiosamente consolatori, tanto che mi chiedo se sia possibile scriverne senza che chi scrive non sia egli stesso un vecchio che cerca di consolarsi di essere tale.
C. Olievenstein nella Scoperta della vecchiaia (Einaudi, Torino 1999) parla della progressiva scoperta della vecchiaia, che entra lentamente in noi attraverso un progressivo rallentamento del nostro passo attraverso il moltiplicarsi dei nostri mali. È un viaggio, o meglio una discesa, in cui, a ogni tappa, ci accorgiamo di aver perduto ogni volta qualcosa: l’elasticità e la desiderabilità del nostro corpo, schegge di memoria che lasciano in noi dolorosi interstizi di buio, illusioni e progetti. È un viaggio solitario in cui all’improvviso ci troviamo di fronte a una «decrepitudine ineluttabile» che si «materializza brutalmente», e che finisce per tradursi in odio per la nostra stessa carne. Ci difendiamo allora trasformandoci in «nonni» proponendo regali in cambio di affetti, finché scorgiamo sul volto dei nipoti la noia, il desiderio di essere altrove. Eppure nemmeno Olievenstein rinuncia alla consolazione. Nella seconda parte del libro, ci parla dell’«estate indiana»: il momento in cui, nella vecchiaia, tutto sembra sparire e convergere «in una fusione squisitamente dolorosa d’ineguagliata intensità». Ci volevano ricordi, accumulazione di eventi, una introspezione profonda per lasciarsi compenetrare totalmente qui e ora da quella musica o da quel paesaggio che ci incantano con la loro ombra di felicità.
Completamente diverso, di una durezza inusitata, è il Trattato dell’età di Manlio Sgalambro (Adelphi, Milano 1999). L’idea di realtà è l’idea di qualcosa «che si distrugge continuamente». L’infinito si dà soltanto «come distruzione del finito». Il corpo è l’oggettivazione dell’essenza distruttiva che è l’anima stessa del mondo. E noi ci incontriamo con il corpo proprio «nel momento in cui esso si spappola»; quando «ciò che lo divora appare». Il tempo, il distruttore, si incarna «in questo spaventoso individuo, il “vecchio”», che si pone nel testo di Sgalambro addirittura come un essere terribile, noumenico, e ineffabile che «non fa parte dell’umano come ogni cosa che risiede nel metafisico».
Ma non si diventa vecchi. Tra la vecchiaia e ogni altro tempo della vita c’è iato. Il vecchio «è indeducibile dal giovane. Il semplice aggiungersi di anni ad anni non dà come risultato il “vecchio”». Alle sue spalle c’è sempre iato: separazione, distanza. Ma questo orrore diventa vero sapere: l’unico sapere che ci sia concesso. Il vecchio è certamente «exemplum» della distruzione, ma se vogliamo sapere qualcosa sul corpo dobbiamo «rivolgerci alla sacra carne del vecchio». Se vogliamo sapere qualcosa del mondo e della distruzione che lo abita, dobbiamo fissarci sul suo volto che è lo specchio della verità. Infatti, se il vecchio dicesse: «Io sono la verità», egli «direbbe la verità». Dunque il vecchio è e ha verità, e se è verità il vecchio è anche bellezza: «la tremenda bellezza del vecchio in cui si specchia l’età del mondo».
Sgalambro ci propone dunque una «metafisica della vecchiaia»: il suo orrore è di fatto la modalità – l’unica modalità – attraverso cui conosciamo l’orrore del mondo, che non si affaccia nemmeno nel mondo fenomenico dell’«uomo volgare», ovvero del giovane. È una strana consolazione della vecchiaia quella proposta da Sgalambro, ma una consolazione. L’impotenza fisica, l’indebolimento, la solitudine, la delusione diventano la potenza del conoscere. Si dà «teoria» soltanto attraverso lo sguardo del vecchio. E per Sgalambro l’unico potere è appunto sapere.


Franco Rella, Vecchiaia, bellezza in cui si specchia il mondo in “l’Unità”, 8 novembre 1999

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