Battiato: divento attore per Schopenhauer

Battiato: divento attore per Schopenhauer

La svolta. Sabato a Fano lo spettacolo sulla famiglia di un celebre pensatore. Con l’autore Sgalambro in scena anche la Bonaiuto e Popolizio

Il cantante debutta a teatro: «Amo quel filosofo per la sua crudeltà. Poi passerò alla techno»

Ci voleva un filosofo, anzi due, per convincere Franco Battiato a debuttare in teatro. Autori dell’impresa il binomio Schopenhauer-Sgalambro, con il secondo a evocare il primo in una pièce che per due sere, sabato e domenica a Fano, trasformerà il compositore-cantante in attore. Titolo: Gli Schopenhauer, nel senso della famiglia, uno sfondo domestico su cui dipingere umori, tensioni, passioni, disquisizioni colte e ironiche sull’essere e il nulla, sulla vita e la morte.
«Una commedia sul pessimismo, cioè una contraddizione», avverte Manlio Sgalambro che già l’aveva proposta due anni fa a Catania. E che adesso, per questa nuova edizione che chiuderà il festival Il violino e la selce, diretto da Battiato, ripropone arricchito: un prologo recitato dallo stesso Sgalambro (che sosterrà anche il ruolo di Goethe), nuovi attori (fra cui Anna Bonaiuto, Massimo Popolizio, Rada Rassimov) e un personaggio inedito, Antoine Fabre D’Olivet, letterato, pensatore e musicologo francese dei primi Ottocento. Un carattere tagliato e cucito su misura per Battiato. «Un uomo fuori dagli schemi, un estroso cultore in tempi non sospetti di filosofie asiatiche, dello yin e dello yang. Sostenitore, in un’epoca di rigido evoluzionismo musicale, delle teorie platoniche e pitagoriche, degli accordi originati dall’armonia delle sfere, delle forme musicali dell’antica Persia e dell’antico Egitto», spiega Battiato. E aggiunge: «Durante lo spettacolo, avverranno due feste. Con due ospiti speciali, destinati a fare da contrappunto al pessimismo di Schopenhauer. Nella prima Goethe, ovvero Sgalambro, reciterà alcuni versi della Manon. Nella seconda Fabre D’Olivet scandalizzerà il salotto progressista proponendo una canzone ispirata a moduli occitani del ’200-’300. Un frammento originale che io ho completato e ho intitolato Kanzonetta. L’eseguirò con il sostegno live di alcuni musicisti». Quanto a Schopenhauer Battiato ricorda di averlo apprezzato al liceo «per la sua mancanza di formalismo, per la sua crudeltà realistica». «Questo spettacolo – aggiunge Sgalambro – offre l’occasione di vedere il pessimismo di sghembo, di prenderlo nella trappola del teatro. E di liquidarlo, almeno per una sera».
Ci saranno altri incontri ravvicinati di Battiato col teatro? «Chissà. In fondo era già capitato… Negli anni ’70 misi in scena a Roma Baby sitter, spettacolo che prendeva in giro l’underground di allora, i registi delle “cantine”. Si cominciava con una roboante ouverture del Tannhauser a tutto volume che sembrava annunciare chissacché, e poi il sipario si apriva su una scena vuota. In tempi di osanna sulle avanguardie non ebbe grande successo».
A settembre uscirà il nuovo album, Gommalacca, che promette di gettare scompiglio tra i fans proponendo una svolta techno. «Ma i miei fans lo sanno: non possono far conto sulla mia fedeltà di esposizione. Non c’è mai stata».
Musica, filosofia, teatro. A quando il cinema? «A presto. Sgalambro e io ci pensiamo da un po’. C’è un testo che ci tenta, Le braci, dell’ungherese Sandor Marai, una storia ambientata negli anni ’40 di amicizia e tradimento. Due uomini legati e divisi dalla vita e dal fantasma di una donna». Aggiunge Sgalambro: «L’idea mi tenta perché il cinema consente di essere visibili, di mostrare un volto sul quale è maturata la vita».


Giuseppina Manin, Battiato: divento attore per Schopenhauer in “Corriere della Sera”, 6 agosto 1998

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