Uno schermo di parole per film da non vedere mai

Uno schermo di parole per film da non vedere mai
In questo duro universo non si riesce ad immaginare che ci siano immagini. Nella panrealtà, l’immagine è solo immagine. Tutto infatti si trasforma in essere ma come per un cupo destino non per una lieta festa. L’immagine allora interviene come se volesse sgravare l’individuo da un fardello. Non c’è mai immagine di cosa orribile che sia tanto orribile come la cosa. Insomma l’immagine vince facilmente l’essere ma questo la risucchia poco dopo. Se così si può dire, l’immagine vince per un’istante, l’essere per sempre. Ghezzi sembra essere dalla parte del vinto, dell’immagine soccombente. In ogni caso non è interessato alla disputa. Tuttavia questo libro, Cose (mai) dette (che raccoglie le introduzioni notturne a Fuori orario, Bompiani, p. 280, lire 22.000), non introduce al filmico che per un caso. Per un caso, anzi, potrebbe rappresentare ciò che ne conduce fuori. La sua scrittura è di tipo emorragico, una scrittura ferita da continui tagli ma che costantemente rimargina i suoi lembi. È una scrittura eleatica che costruisce il suo movimento sommando spazi e intervalli. È per questa scrittura che siamo qui. Non certamente per ciò a cui rimanda. Noi adoperiamo i nostri occhi per altre cose. Ma tuttavia c’è veramente qualcosa che debordi il libro? L’ho già detto: esso è una sfera che contiene tutto al suo interno. Quando in una scrittura si parla di un albero che tende i suoi rami, il lettore non si sporge fuori da essa per constatarlo. L’albero di cui si parla è lì e in nessun altro posto. In realtà l’immagine o il complesso di immagini a cui questo libro rinvia è il film, ma il film in quanto parlato da Ghezzi. Il film di Chabrol di cui parla è lì, dentro le parole, non fuori nelle immagini che seguono. Ghezzi proietta i suoi film su nessun altro schermo che le parole con cui li parla. Ciò genera una attrazione perversa: sentire parlare di un film da Ghezzi attrae più che vederlo. Come per il voyeur, vedere l’amore è più bello che farlo. Questo libro di Ghezzi piacerà soprattutto a coloro cui non piacciono i film.


Manlio Sgalambro, Uno schermo di parole per film da non vedere mai in “l’Unità”, 16 dicembre 1996

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