Sgalambro. Il filosofo sotto il vulcano

Sgalambro

Vacanze d’autore. L’eccentrico scrittore parla dei luoghi del suo riposo. E dei suoi «colpi di testa» con Jovanotti e Battiato

«Hanno rimosso Sciascia. L’unico che sapeva guardare “dentro” la mafia»

«Da bambino collezionavo ossa. Poi venni a sapere che erano dei greci che avrei studiato». La stravolta Taormina, meta delle periodiche fughe da Catania
«Nell’estate del 1943 assieme agli alleati da queste parti sbarcava di tutto: fu così che ebbi un libro di Schopenhauer»

Taormina. C’è chi, tra i giochi di bimbo che ricorda più immediatamente, ti racconta di rincorse sui prati dietro un pallone, o di castelli di sabbia costruiti sulla spiaggia, o di ingenue gare per trovar la conchiglia più curiosa. Manlio Sgalambro no. Questo filosofo di culto, gran sacerdote del pensiero negativo, se rievoca certe sue estati lontane nella pianura che separa l’Etna dal mare, ti parla di una inverosimile collezione di ossa. Sì, «tibie, rotule, pezzi di teschio dei nostri vecchi greci, che quasi affioravano nelle campagne e che raccoglievo per magari lanciarle a un amichetto, come fossero ciottoli». Un gioco in qualche modo iniziatico, «perché quei greci di cui poi avrei letto sui manuali di storia antica (e rammento bene del mio conterraneo Gorgia, «nato a Lentini, un centro che oggi è soltanto uno snodo ferroviario per Siracusa»), io li avevo tenuti in mano. Come se fossero stati gli eventi della vita, prima d’ogni altra cosa, a scaraventarmi addosso il passato, con un’aura di remota nobiltà».
Vien da pensare che gigioneggi con la propria reputazione di profeta della catastrofe e di funebre distillatore di concetti «cattivi per scelta», Sgalambro, quando comincia a introdurti così all’idea di vacanze. E se richiami alla mente alcune sentenze per le quali va celebre (del tipo: «L’idea eterna dell’uomo è il suo stesso cadavere»), ti sembra che tramandare simili avventure da predestinato, con l’immagine di lui bambino intento a rovistar tra le ossa dentro il paesaggio calcinato e senz’ombre della Sicilia, scolpisca con tocchi un po’ troppo furbi e di maniera un autoritratto già di per sé duro e spigoloso. Invece è dannatamente diretto e disinvolto, il filosofo. Sia che ripercorra le stagioni dell’infanzia, sia che focalizzi estati più vicine. Se chiacchiera ad esempio di Taormina, meta di periodiche fughe dall’estenuante scirocco di Catania, un ghigno di disgusto gli si incide subito nel volto.
«Può venire voglia di suicidarsi, a Taormina. Come tanti altri luoghi da vacanza, è un paese trastullo, una finzione che dovrebbe far divertire, propiziare sorrisi e muscoli distesi. Ma a me, anziché sentirvi alitare uno spirito di giocondità e cogliervi un momentaneo sospendersi delle cose di ogni giorno, ha sempre dato un senso di malinconia di cui mi arrabbio. Per un uomo che cerca emozioni concettuali più che quelle del colore, gli aspetti della gioia sono differenti. E comunque mi disturba la stasi, quand’anche riesca a prodursi. Mi dà fastidio ogni interruzione del mio iter quotidiano, che è quello di uno che vorrebbe tramutare tutto passandolo attraverso questo medium riflettente… in realtà questi sono dei nonluoghi, delle arlecchinate, un po’ Costa Azzurra e un po’ Sicilia, un po’ Svizzera e un po’ America… ed è forse proprio questa loro artificiosità a farvi aleggiare una rarefatta e insopportabile malinconia. Taormina fa parte di quegli approdi glorificati da una mitologia che i tempi hanno reso burlesca: quando nel secolo scorso i pionieri del Grand Tour cominciarono a mettervi piede, lo facevano con un atteggiamento di sacralità che proveniva da ben altre cose che dalla voglia di svagarsi. Una voglia che nasconde un alibi, per assentarsi da se stessi».
Ecco: dopo l’era in cui «i morsi della fame distraevano dai morsi della vita», siamo all’era del superfluo e dunque del «divertimento collettivo obbligatorio». Monologa Sgalambro, urticante: «Vorremmo che si abolisse per legge qualsiasi divertimento. Vorremmo affidare alla noia questa marmaglia. Non resisterebbe ventiquattr’ore». Fedele al suo pessimismo aristocratico, continua a mutuare l’ottocentesca previsione di Villiers de l’Isla Adam: «Vivere? I nostri servi lo faranno in vece nostra». Ossia: vivere per vivere è un fatto servile, solo vivere per conoscere può esser ancora desiderabile.
Un’avventura, il sublime solipsismo del «pensiero che pensa se stesso», che gli è toccata con l’evidenza di una folgorazione quando aveva vent’anni. D’estate. Nei pressi di Lentini. «Era il 1943. Gli alleati avevano appena liberato la Sicilia e in qualche modo si ripristinavano le vie di comunicazione con il resto dell’Italia meridionale. In punti insoliti della costa arrivavano barche cariche di tutto: pasta, salumi, stoffe, a volte persino libri. Ero presente a uno di questi sbarchi, e ricordo il passar di mano di due volumi di Schopenhauer, editi da Laterza: Il mondo come volontà e rappresentazione. Li comprai, e fu un incontro decisivo. La gioia che mi prese, nelle settimane che seguirono, fu ineffabile. Leggevo, smozzicavo, cercavo di capire. Fu una vera vacanza dello spirito, anche se il mio non era adeguatamente esercitato, allora».
Dunque: l’azione della mente come unico piacere. E l’escursione dentro se stessi come il solo «turismo» che valga la pena di tentare. «A quest’idea mi ci abituai sin da quando ero piccolissimo», dice Sgalambro. «Ricordo alcune uscite di mio padre e mia madre, per un pranzo o un concerto a Catania. Da casa nostra erano ventisette chilometri, un’inezia. Eppure la nonna se ne lamentava ogni volta, quasi che partissero per un altro pianeta: “Oh, li pazzi, li pazzi”. Le pareva inconcepibile. Quelle serate mi lasciarono la sensazione che viaggiare fosse follia e che restar fermi fosse quindi il miglior modo di muoversi».
Fermo nel suo studio di Lentini o all’ombra dell’agrumeto che il padre, farmacista, seguiva con l’ansia di una nutrice: così fino a 39 anni, quando il filosofo s’è sposato, dopo essersi regalato un’interminabile adolescenza.
Fermo anche d’estate, a parte qualche corsa a Taormina o qualche passeggiata sull’Etna. «Il vulcano mi piace, dà l’impressione della catastrofe che incombe. Fa sentir ripristinati terrori primordiali. Riaccende vecchi rapporti con l’ambiente. Parla più per immagini che per concetti: il fruscio del vento tra gli alberi è forse un colloquio fra gli Dei, il bagliore di un’eruzione una danza di folgori… il giallo dello zolfo, il nero della lava fusa… mi piace».
L’asprezza e il mistero dell’Etna ben s’addicono all’acuminato (e “protervo”) pensiero di questo settantaduenne che già nel cognome, irto di consonanti, si svela difficile da digerire. Ha conosciuto tardi la celebrità, Sgalambro, quando Adelphi gli pubblicò il primo di una serie di saggi, La morte del sole, al quale seguirono: Trattato dell’empietà, Anatol, Dell’indifferenza in materia di società… riflessioni disperanti per i baratri di sfiducia che spalancavano, come disperanti e perciò incendiari sono gli interventi «civili». Per esempio quelli, iperpolemici, sulla Sicilia al tempo in cui l’isola era all’ordine del giorno per via delle intermittenti guerre di mafia e in cui il filosofo incitava l’Italia ad abbandonarla a se stessa. «Non aiutateci, perché abbiamo semmai bisogno d’esser trattati male… fino a quando ci sarà dato un dito, noi lo succhieremo». In un certo senso è stato accontentato: di Palermo e dintorni si dibatte sempre meno, mentre invece ribolle un’inedita questione settentrionale.
«È un momento nel quale a me capita di stare più in ascolto che a far profezie, perché sento qualcosa», dice Sgalambro riflettendo su questo rovesciamento. «Comunque, ciò che avviene è salutare. Finalmente si strinano i rammendi che fino a ieri tenevano insieme l’abito fatto di pezze varie con cui si era voluto vestire questo Paese. Da quando l’Italia si unì, la sua cultura divenne qualcosa di miserabile, si politicizzò in una maniera estrema: fu prima risorgimentale, poi interventista o nazionalista, poi fascista, poi impegnata… insomma: non c’è stata cultura se non politica. E allora, dato che oggi si stemperano i vincoli e quel frettoloso rimpannucciamento è più visibile, credo che la revisione del concetto d’Italia possa far acquisire a noi siciliani una diversa e maggiore coscienza dell’unità. Coscienza che finora è stata pessima, qui. Anche perché gli uomini che rappresentavano la cultura sono stati in gran parte gli stessi che vedevano l’unità come qualcosa di non assorbito, nell’isola, scaraventata sulla ribalta di grandi cose come la mafia. La mafia: il nostro topos eterno, che non ci ha mai consentito di verificare se eravamo anche qualcos’altro, noi siciliani. La misura di tutto era l’antimafietà, per anni. Come se non fosse lecito riconoscerci altra volontà politica».
Una camicia di forza che – secondo il filosofo – ha imprigionato pure l’intelligentia dell’isola, «tramando questa mafia all’interno del letterario, non viceversa il narrativo e il letterario all’interno della mafia». Con una eccezione: Sciascia. «Gli altri facevano e fanno romanzi sulla mafia, però solo lui seppe portare la mafia “dentro” la sua narrativa e i suoi saggi bellissimi. Opere che erano in gran parte sul delitto, sull’assassinio in sé, sul limite del mondo, più che sull’Onorata Società. Ma adesso anche Sciascia è un grande rimosso».
Una torpida disattenzione come quella che oggi circonda la Sicilia: può giovare, un simile distacco? «È un problema di cronache, che di questi tempi sono meno “nere” e dunque meno interessanti, per una terra che si vorrebbe condannare a restar malfamata per sempre. Poiché non succede quasi nulla, tanto varrebbe fare una finta mafia».
Come si vede, Sgalambro non liscia mai nessuno per il verso del pelo. Forse si compiace di dispiacere. O almeno di scandalizzare, come gli succede da un paio d’anni, da quando ha scoperto il gusto di buttarsi in esperienze inaspettate per uno che non s’è mai stancato di censurare «i plebismi». I testi per canzoni e opere di Franco Battiato fanno parte di queste sorprendenti sortite, e poco importa che in essi si colga intatto il suo disgusto erga omnes («va bene, hai ragione, se ti vuoi ammazzare. Vivere è un’offesa che desta indignazione… ma per ora rimanda… è solo un breve invito…», recita uno di quei testi): quel che colpisce è la bislacca promiscuità di generi tra loro così lontani, per quanto Sgalambro si dichiari convinto della «cantabilità del pensiero». Ora, quest’estate il filosofo si è concesso un altro colpo di testa (o di genio?), lanciandosi in pubblici testa a testa con interlocutori impossibili. Come Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Chi glielo fa fare? E soprattutto: funzionano, queste incursioni fuori dal suo studio?
Dietro gli occhiali fumé di Sgalambro si indovina un brillio, mentre la voce gli si fa metallica e secca come una fucilata. «Il filosofare, oggi, ha perso il suo luogo. Si pretenderebbe che gli siano rimaste le aule universitarie, dalle quali però risuona soltanto uno squittio di topi. E così siamo stati tutti defraudati del potere di interrogare e rispondere, a vantaggio dei cosiddetti professori, che dovrebbero pensare per noi: esserini modesti, che hanno fisionomia da bancari e cercano di far garantire dall’istituzione università la verosimiglianza dei loro ragionamenti. Questo è il quadro. Che mi fa dire che uno si porta il filosofare con sé. E se è sul palcoscenico o davanti a una determinata platea, allora il filosofare è lì. Non è la cattedra a garantir serietà. Infatti, in una piazza hai a che fare con passioni, emozioni, ragionari che ti investono in prima persona. Dovremmo preferire la gelida e insignificante sala di un convegno, dove si svolgono interventi prestabiliti e monatologici dei professori? Diciamo quindi che è stata la forza stessa della mia irrequietezza a scaraventarmi fuori dal mio studio. In quella stanza ormai trovo solo libri, libri, libri… il segno di questa nostra civiltà, che sta costruendo forse troppo dentro questo sapere che si legge. Fuori trovo squietamenti profondi, e benefici. E’ una bella estate, come quella in cui scoprii Schopenhauer».


Marzio Breda, Sgalambro. Il filosofo sotto il vulcano in “Corriere della Sera”, 8 agosto 1996

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