Note sulla musica

Panta

La diffusione di massa della musica, per cui il paradigma della società giusta è un concerto di Sting, non produce solamente assuefazione sociale ma contribuisce a fare cadere gli steccati eretti fra musica e musica come fatto burocratico. L’uguaglianza musicale attua la giustizia per tutti: fa convivere musica per pochi e musica per molti, sinfonie e canzonette. Già la democrazia musicale elevò la musica da tavola a musica sans phrase. “Lieve rumore” dice Kant della musica da tavola nella Critica del giudizio “che deve mantenere un’atmosfera di generale allegria […] senza che nessuno porti la minima attenzione alla sua composizione”. Ma la responsabilità non è della musica. In realtà tutto si sposta sull’ascolto. È nell’ascolto che avviene la redenzione promessa dalla musica in un momento di follia.
Quale magazzino, il mondo della musica conserve intatte le utili etichette. Ma il pasticcio è tale che essa oggi è costretta a presentarsi, per così dire, in sé e per sé. L’individualità nella musica si mostra come un fenomeno da baraccone, come la donna barbuta o il nano Bagonghì. Io vedo la cavallinità non il cavallo, direbbe Platone al suo obiettore. Dobbiamo dunque inviolarne l’essenza come compari truffaldini? Spiattellarne il segreto come volgari cartomanti? Sentirne il ghigno? Il ritorno del tonale rafforza la nostra idea che le dramatis personæ non sono le note. Solo nell’ascolto la musica può diventare misura del mondo. Nel vuoto raccoglimento – a esso Jankélévitch paragonò a suo tempo la “meditazione della musica” – fatto solo per accogliere come si deve i suoi suoni, il mondo resta fuori. Esso lo manda via con un gesto di fastidio.
La musica di rango viene meno là dove è investita di superiori responsabilità. Adorno disse cose giuste: “La serietà è sentita come aggressione, come uno choc, e perciò è registrata come il suo opposto, come mero divertimento”. Nella difficoltà di concentrazione riconosciamo il comune lamento davanti al sublime musicale. Quelle musiche che stanno più a cuore vengono trasformate in chincaglieria di alto bordo. A misura di un ascolto che mira al divertissement. La promise de bonheur è solo promessa di spasso. Come una volta serviva a sgranchirsi le gambe, a fare “quattro salti”. La superstizione musicale, con tutti i suoi orpelli, è unita al rito del divertissement per la vita e per la morte. Ma attraverso questo varco, attraverso il corpo di mano di un ascolto dimesso e derisorio, si decide un problema che può sembrare da cappuccini ma che fa parte dell’orgoglio di un uomo. Così stando le cose, egli dice, je crache sur la musique.


Manlio Sgalambro, Note sulla musica in “Panta” (a cura di Enrico Ghezzi), n. 14, giugno 1996, p. 327

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