Noticine cosmo-politiche

Noticine cosmo-politiche

Meditando. Considerazioni e appunti su guerra e battaglie, ricchezza e giustizia, politica e natura, invidia e nazione

Le miserie del mondo d’oggi smascherate dalla penna di un filosofo che ama conservare la distanza e la «sana calma» di chi «incassa i colpi col sorriso sulle labbra»

Guerre e battaglie. Quando Ernest Psichari scrisse L’appel des armes, indimenticabile romanzo di cui si son perse le tracce, «on reprouvait tout emploi de la violence, toute action de la force… Il fallait detester les fusils». Ma la distinzione tra guerra e battaglia che Psichari sottolinea deve fare riflettere. La guerra è un concetto giuridico-politico, la battaglia è una forma di vita. Difatti si può discutere quanto si vuole se una guerra è giusta o no, mai se una battaglia è “giusta” o “ingiusta”.

Ricchi e giusti. Il filosofo Alain, premesso che «la ricchezza proviene sempre o dal fatto che si è acquistata una cosa di cui l’altro non sapeva il valore, o dal fatto che si è profittato delle sue passioni o della sua miseria» raccomanda ai ricchi: «Contentez-vous d’être riches et renoncez à être justes» (Alain, Élémentes de Philosophie, Paris, 1941, pp. 304-305). Ciò va contro l’espresso mandato dato da essi agli esperti: trovare una morale che consenta loro di essere insieme ricchi e giusti. Morale che potrebbe essere questa: nella enorme quantità di denaro che il ricco mette in circolazione con un semplice gesto, egli lo restituisce con gli interessi e giustizia è fatta.

Politica e natura. L’idea di natura paga oggi l’eclissi che il suo potente concetto patisce. Come non ricordare il fulmine come appare, ad esempio, nel De Rerum Natura e in cui si contiene in nuce l’onnipossente essenza della sua energia vitale? Essa oggi è divenuta invece qualcosa di malaticcio ed incerto. O quanto meno tale è la visione politica: una natura da “proteggere”. Quando si aveva ancora una idea della natura degna di essa, questa non correva pericoli e l’uomo, beninteso, nulla poteva contro di essa. La Natura dell’Odissea è elementare e proterva. L’odierna immagine di una natura da proteggere, infligge alla sua Idea un torto maggiore di quello immaginato dalla politica stessa. Il piccolo ecologo si fa avanti con le sue manine protese a tutelare questa immane potenza, a difenderla con la sua vita da pulce. Egli vuole conservare la natura, proteggerne gli animali, gli alberi! Che squisito messere, che nobile cuore! La rinchiude nei parchi e così va tranquillo. Lunga vita alla natura! Che risibile faccenda. Essa vive invece delle sue morti e delle sue carneficine. È così che si riproduce e più forte di prima schiaccia la nostra stupida pretesa quando ci seppellisce. Lasciate dunque che si uccidano i suoi animali, che si strappino i suoi alberi. Tocchiamola con le nostre mani di assassini. Non la scalfiremo di un’unghia.

Politica e cosmologia. Alcuni anni fa i giornali pubblicarono la notizia che un asteroide di circa mille metri di diametro era passato a 750.000 chilometri dalla terra, distanza reputata incredibilmente bassa dagli esperti, e che per poco l’aveva mancata. Gli scienziati aggiungono che nel suo peregrinare ellittico, è destinato a ritornare ben presto. Non c’è dubbio, dice anzi uno di essi, che l’asteroide 1989 F C finirà per collidere con la terra, con Marte o con la luna. La notizia veniva data in caratteri piccoli e in una parte sperduta del giornale. Io immagino se fosse stata data in prima pagina, dove le toccava, al posto di quei titoli cubitali sotto cui si danno quotidianamente notizie su mediocri politici, sindaci, progetti edilizi, teatri incendiati e simili. Io immagino anzi così i giornali: in prima pagina notizie dal cosmo; tutto il resto in cronaca.

Politica e compassione. Vi è un tipo di filosofo che professa una certa indifferenza in materia di società e una stracca compassione per l’altro. Ma talora il dio politico si mostra e si mostrano idee di bene e di felicità per tutti a portata di mano. La sua indifferenza si incrina. Il filosofo vede allora la politica. Sono soli uno di fronte all’altro il tiranno, colui cioè che deve realizzare queste idee, e il filosofo. Solo il tiranno infatti, in altri termini solo la politica, può realizzare i piani del filosofo, ma l’azione risulta alla fine delittuosa. Così mentre il tiranno insiste, il filosofo rinuncia. La politica ritorna nell’indifferenza e nell’invisibilità e il filosofo, sconfitto, ritorna alla sua stracca compassione.

Bewährung. Il combattente si prova in battaglia. La sua vita non è più il banale fatto che egli è nato, che vive, ma una conferma, un “Sì” non importa di chi o di che cosa. Da qui si dipartono comunque due grandi visioni. Quando nella Bhagavad Gītā, davanti ai due eserciti dei Kuru e dei Pāṇḍu pronti alla battaglia, il giovane Arjuna domanda al dio Kṛṣṇa se si può uccidere; la risposta del dio è che si può uccidere perché l’individualità è solo apparenza e il vero Sé è uno e immortale. Ma se ognuno è l’altro, anche uccidere è illusorio e illusorio è essere uccisi. La battaglia quindi non prova niente. L’altra è contenuta nella risposta del principe di Condé al cardinale Mazzarino che compiange i seimila morti in battaglia presso Friburgo nel 1644.
«Suvvia, una sola notte a Parigi fa nascere alla vita più uomini di quanto questa azione militare ci sia costata». Qui uccidere ed essere uccisi è reale. Ma se nessuno è l’altro, nessuno può essere sostituito e il principe di Condé ha torto. In realtà mettersi alla prova in una battaglia sfugge a questi calcoli. È un fatto interiore e Jünger lo capì bene. Ritorniamo a dire che in essa si cerca quella conferma che altri cercano, secondo Weber, nel successo negli affari. Il “Sì” per cui la propria esistenza è giustificata.

Invidia. Ci accorgiamo a volte di avallare una filosofia come lamento: un accorato mormorio che accompagna lo svolgersi delle cose. A volte un filosofare come imprecazione: una sorda ira che non vorrebbe risparmiare niente. In entrambi i casi sappiamo di peccare e invidiamo la sana calma del filosofo politico che incassa i colpi col sorriso sulle labbra. Ci aiuta Pirrone che in una situazione di pericolo, ai suoi atterriti discepoli, addita dei porci che poco distante, tranquilli, continuano a mangiare.

Sull’idea di nazione. Cos’è una nazione? Anzitutto qualcosa di cui si sono dimenticate le origini. Non appena ci si ricorda di ciò di cui essa è fatta – le diverse storie, le etnie, le economie diverse e i suoi diversi livelli – essa scoppia come una bolla d’aria o, piuttosto, come una bomba. Bisogna dimenticare, dunque, da dove si proviene. «L’oblio, e dirò persino l’errore storico – scrisse Renan – costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione…» (Ernest Renan, Che cos’è una nazione?, Roma 1993, p. 7). Ed anche, ovviamente, un fattore indispensabile perché ne persista un caldo sentimento. Bisogna vivere nel proprio Paese come se non vi si vivesse. Solo allora esso si confonde con il cielo e con la terra, con l’aria i colori e gli altri elementi, si confonde col “mondo”. Vediamone adesso un altro lato. «Nella mia vita non ho mai “amato” nessun popolo o collettività» – scrisse Hanna Arendt – «né il popolo tedesco, né quello francese, né quello americano, né la classe operaia, né nulla del genere. Io amo “solo” i miei amici e la sola specie di amore che conosco e in cui credo è l’amore per le persone» (Ebraismo e modernità, Milano 1986, p. 222). Anche questa impossibilità di “amare” la propria nazione descrive bene la nostra situazione davanti a essa. Da un lato affinché una nazione esista, bisogna dimenticare che esiste. Dall’altro essa non si può più amare. L’impietoso sguardo nominalistico la elimina dalla sfera dei nostri affetti. Il concetto di nazione subisce dunque lo stesso tracollo subito dal concetto di umanità. Il concetto di una umanità discontinua subentra a questa. Mentre l’umanità si dissolve e si va trasformando in bande di individui vaganti, accomunati da uno stesso presente, questa stessa divisione in bande si prospetta per quello che fu la “nazione”. Noi possiamo chiamare con convinzione “umanità” solo un certo stato presente di essa. Ma questo, come dissolve l’umanità, così dissolve la nazione. Essa non viene vista come “durata” ma in simultaneità. Senza durata però l’idea di nazione tende a perdere la sua unità temporale, cioè il modo come era vissuta, unità di passato presente e futuro, e si trasforma in un minaccioso aggregato in atto di esplodere. (La minaccia è maggiore perché deriva da una unità preesistente. Più si è vissuti insieme, più è pericoloso separarsi). Questa unità temporale che forma l’ossatura di una nazione, si disgrega. È essa che prima di tutto viene meno. Non ci si separa se prima la stessa unità di tempo non si è frammentata, dispersa. Delle macerie resta solo l’odioso presente. L’unità temporale, dicevamo, si disgrega. Il passato affluisce, ma come privo di ogni altra dimensione. Senza prospettive, senza quel “futuro” che portava in sé o sembrava portare (e che fece comunque di quell’aggregato una nazione). Ora tutto ciò affiora come inimicizia, come contrasto o guerra. Lo stesso di come fu una volta, agli inizi. Ora comincia la reculade, la sauvagerie: la nazione s’inabissa.
Quando crollò la polis, scrisse un filosofo politico dello scorso secolo (il Bauer, ma non ha importanza), «i filosofi respirarono e si sentirono togliere un gran peso dal petto». L’ideale del filosofo non è più Socrate, ma Diogene: senza città, senza casa, senza patria, un nomade. Agli Ateniesi che vantavano la nascita dal suolo patrio di risposto che essi condividevano questa gloria con le lumache e con le cavallette. Siamo nella medesima situazione. I contorni morfologici di quest’epoca ci consegnano mani e piedi a un ellenismo di ritorno. Non siano greci, semmai elleni. L’amore per il suolo in cui si nasce è un sentimento in più. Ogni radice è di troppo. L’idea di patria, l’idea di nazione, sono idee patetiche. Il suolo dell’origine è maledetto come l’ora della nostra nascita. O indifferente come quello delle lumache.


Manlio Sgalambro, Noticine cosmo-politiche in “Il Sole 24 Ore”, 31 marzo 1996, p. 27

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