Gli impiegati del pensiero

Gli impiegati del pensiero

Accademici e spiriti liberi

Gli attacchi alla istituzionalizzazione e alla burocratizzazione della filosofia non sono certo una novità. Sono iniziati probabilmente nel momento stesso in cui quella del filosofo ha finito con l’assomigliare a una professione come le altre. Un discorso analogo vale per lo “scienziato”, una parola che non esisteva neppure prima del secolo scorso. Non è una contraddizione in termini – denunciava Einstein – pretendere che qualcuno, in cambio di uno stipendio, produca idee innovative? Le grandi scoperte, scientifiche e filosofiche, sono state spesso il frutto del lavoro disinteressato di “dilettanti”. Filosofi e scienziati hanno quasi sempre dimostrato di svolgere bene la loro funzione proprio quando andavano controcorrente. Che senso ha cercare di istituzionalizzare una tale funzione, tenuto conto che le istituzioni, per definizione, tendono a essere conservatrici?
Sono domande importanti e centrali per ogni spirito libero e democratico: ma anche assai delicate, perché rischiano di farci scivolare quasi impercettibilmente nel qualunquismo. Il fatto è che in coloro che sostengono che il “vero filosofo” non può sentirsi a proprio agio nelle università si annidano motivazioni molto diverse, anzi opposte. Da un lato vi è chi è mosso da uno spirito aristocratico e antidemocratico. Questi rimpiangerà la figura del filosofo detentore di una superiore sapienza, verità e saggezza, e disdegnerà le istituzioni universitarie proprio per quel tanto di democratizzazione e desacralizzazione che esse hanno introdotto nel tempio della filosofia. Dall’altro vi è chi ritiene che proprio nelle università si annidano residui di quella funzione sacerdotale da sempre rivendicata dai cosiddetti “sapienti”. Per questo la filosofia delle università tenderebbe ad allontanarsi dalla vita, ponendosi al di fuori dal controllo democratico dei cittadini, dai quali scaturisce invece una domanda di filosofia che si fa sempre più insistente. Da tale domanda, la cui ambiguità rispecchia le due opposte motivazioni che abbiamo ricordato, prendono le mosse le riflessioni pubblicate in questa pagina. Nella speranza che anche l’università come istituzione democratica sappia attrezzarsi sempre di più per soddisfarla.

Armando Massarenti

Perché la filosofia universitaria? Così potrebbe essere formulata una domanda che già a suo tempo ebbe le sue brave risposte ma che oggi ne ha bisogno di nuove. In una lettera del 1816 che, dal suo contenuto, si potrebbe chiamare, con un’allusione diretta, «La filosofa nelle università», Hegel enuncia una ragione su tutte: la filosofia deve essere insegnata affinché possa essere appresa. Il cosidetto pensatore avrebbe, invece, lo svantaggio di saltare disinvoltamente il momento dell’apprendere. Egli si precipita come una furia sulla cosa stessa, contando sul suo talento, per trovarsi alla fine in mano solo intuizioni private. Nello stesso tempo il pensiero indipendente rimane fuori dalla grande razionalizzazione moderna mentre il sapere, nella sua generalità, diventa pubblico. Un concetto di pubblico servizio viene così acquisito alla filosofia assieme all’acquisizione della sua qualità burocratica. Da Hegel a L’autoaffermazione dell’università tedesca di Heidegger tutto ciò, nell’essenziale, è diventato pacifico. L’equivalenza filosofo-funzionario indigna invece Schopenhauer, ma essa è più attuale della sua indignazione. Naturalmente i lamenti di Schopenhauer valgono lo stesso come dolenti domande coram mundo: «Oh se si potesse fare comprendere a questi filosofi per passatempo – scrive in Sulla filosofia delle università – la vera e terribile serietà con cui il primato dell’esistenza afferra il pensatore e lo scuote sin nella sua più profonda intimità», e per suo conto chiede per la filosofia solo un cantuccio in cui la verità possa celebrare in pace i propri saturnali.
Grandi filosofie, portatrici di problemi e soluzioni a ogni livello, abituate a porre “questioni radicali” su ogni cosa non trovano niente da dire sulla “universitarizzazione” della filosofia. Anche un Husserl, che con Schopenhauer si trova solo d’accordo nell’esigere che la filosofia abbia a che fare, come già dice quest’ultimo nei Parerga, «con le cose stesse». Husserl constata come «oggi si vive in un mondo in cui si pone invano la domanda “a che scopo?”, in un mondo in cui si ricerca invano il senso che prima era indubitabile perché era riconosciuto dall’intelletto come dalla volontà». La domanda è di tipo perbenistico-universitario. Presentata in modo drammatico induce a pietà e terrore e in ultimo a una buona catarsi in poltrona. Husserl va in giro a proporla a ogni sorta di pubblico. Alla fine l’ascoltatore si alza, soddisfatto che nel giro di un’ora si sia trovato il pelo nel mondo e lo si sia finalmente tolto. Come puro teorico della conoscenza, le sue stesse direttive gnoseologiche restano al di qua di ciò che prescrivono. L’io «ridotto», l’io puro, si identifica sotto sotto, con quello del filosofo burocratizzato, ordinario o almeno associato, più che con il «funzionario dell’umanità».
Cos’è dunque la «universitarizzazione» della filosofia? Anzitutto la neutralizzazione dei suoi contenuti di verità. Quando, nel quadro della filosofia europea contemporanea, si presenta Essere e tempo di Heidegger, come articolata espressione di temi fondamentali, assistiamo in verità alla comica «universitarizzazione» di matters of fact come l’angoscia, la cura, la noia, la morte… Tutto ciò viene travolto in un linguaggio burocratico “ufficiale”, nel quale ciò di cui si parla è nello stesso tempo messo a tacere. La stessa riproducibilità, tipica del lavoro universitario, rende altrettanto comica la cosa quando a “riprodursi” sono situazioni affettive come la disperazione o l’angoscia o la speranza nella salvezza.
In realtà, l’universitarizzazione della filosofia, come massima espressione del sapere concernente la verità, ha proprio lo scopo di razionalizzarla per attenuarne la pericolosità sino a ridurla a margini dominabili. Qualora la filosofia infatti non fosse il più nobile dei saperi ma un sapere ignobile, i suoi contenuti di verità potrebbero agire in senso altamente distruttivo. Essa potrebbe rappresentare un reale pericolo sociale. La sua universitarizzazione consente invece che il pericolo si neutralizzi. Il gergo universitario, in filosofia, adempie al suo compito di renderla innocua allo stesso modo di un trattato di tossicologia che non avvelena.
Un ultimo esempio di neutralizzazione è Nietzsche. Questo pensatore “pericoloso” viene universitarizzato e la sua distruttività (fascismo, nazismo, eccetera come effetti possibili) viene disinnescata. Come pensatore “universitario” egli è innocente come un bambino. Ciò che l’università insegna, agli occhi di tutti è la “filosofia”, ma segretamente è il modo come farne a meno nello stesso momento in cui mette in moto il suo apparato di esperti e la loro organizzazione come pubblico servizio. Il reale servizio che essa rende è la sua eliminazione tacita.
Ciò avviene anche esplicitamente. La filosofia prende congedo, e nel congedo i concetti si arrestano e si trasformano in immagini, scrive Adorno. Tutto questo è sintomatico. Quale può essere il compito residuo della filosofia se essa ha a disposizione solo immagini? Indurre la logica a parlare, viene risposto. «Anche i concetti caduchi della gnoseologia, rimandano al di là di loro stessi. Fino entro i formalismi supremi, e soprattutto nel loro fallimento, sono una pagina di storiografia incosciente, e possono essere salvati se li si aiuta a prendere coscienza di sé entro quello che da soli intendono». In questo salvataggio, dove in extremis viene assieme salvata, contro l’intenzione apparente, la filosofia universitaria, consisterebbe l’ulteriore compito di essa come «memoria della sofferenza sedimentata nei concetti». Si adempirebbe così il voto espresso da Simmel, nel Diario postumo, che andava nella stessa direzione. In altre parole la storia della filosofia – come scriveva l’insospettabile Spengler – diventa l’ultimo oggetto serio della filosofia. Spengler dimenticava di aggiungere “universitaria”. Ma nella storia, alla quale viene rimandata, la filosofia non incontra soltanto la storia ma ciò che la domina e che domina quindi anche lei stessa, di fronte a cui entrambe rivelano la loro impotenza. Persino un Dilthey, che di questo compito soteriologico si incaricò a suo modo e in un’epoca tutto sommato fiduciosa, avrà dei dubbi. Questa era parsa a Dilthey la “sofferenza” della filosofia: la ricerca del duraturo e la “caducità e relatività” dei suoi risultati. Già in Dilthey stesso però questo aspro conflitto sembrava comporsi e si incontravano e univano il fremito e il brivido del terrore, ma nel contempo il calmo fervore di chi poteva «abbandonarsi quietamente alla forza della coscienza storica e porre anche la propria opera quotidiana sotto il punto di vista della connessione storica». La quiete, secondo Dilthey, la filosofia l’avrebbe trovata nell’università e una nuova vita. Questo abbandonarsi quieto all’università cela però forze infernali. Muta infatti la stessa funzione dell’università che ne doveva essere il centro. Essa diventa il centro, sì, ma dell’autoconservazione più spudorata che vi trova il suo cervello. La forza cieca, di cui parlava Schopenhauer, assoggetta l’intelletto ma ora sistematicamente. L’università esprime la volontà di vivere che ha sottomesso la volontà di sapere. Il sapere viene messo al servizio della vita e dei suoi avidi rappresentanti. Il fenomeno della universitarizzazione appartiene dunque alla stessa morfologia dell’epoca. La filosofia ne paga le conseguenze in misura maggiore proprio per il suo compito che dovrebbe essere: vivere per sapere.
Là dove circola l’inquieto domandare, ovunque infine si cercano e si trovano risposte, su un giornale, in un pub, all’angolo di una piazza, in un lurido ospedale, ognuno di essi è il luogo della filosofia. Ovunque vado io, dice il filosofo che non ha altro che il suo genio, lì è la filosofia, lì è il suo luogo. E ciò che egli vuole da un altro è tutto qui: stare insieme e filosofare insieme per un breve momento. Fine dunque della filosofia, come si vocifera? Ma se filosofia è l’impresa di un animo virile che raccoglie la luce della mente in un terso cristallo e con esso traversa la follia della vita con passo fermo, allora, è certo, essa non finirà.
Le parole «amante della verità» sono divenute, come si sa, un modo di dire, un’innocua dichiarazione platonica mentre in Platone esse sono un vero rapporto erotico. Friedländer così riassume un passo della Repubblica: «Come il generante dev’essere della stessa specie con l’oggetto del suo amore, così l’amante della verità deve avvicinarsi al vero essere e toccarlo con quello nel suo animo (quasi si potrebbe dire, con l’organo) che è omogeneo a questo essere». E quando Goethe dice: «In generale si impara soltanto da chi ama», il rapporto erotico viene solennemente confermato.
L’equivoco però aumenta. Le “Geistesgaben” – i doni dello spirito – di un impiegato di filosofia non sono in genere notevoli e le sue doti “amorose” assolutamente scarse. Per quanto riguarda la verità poi, essa non ha per lui particolari attrattive e gli “odierni” orientamenti al riguardo gli danno piena ragione.
La filosofia, nel dominio del sapere, è la cosa più tradizionale che esista, ma il nostro messere si picca di “migliorarla”. (Immaginiamoci, egli “migliorerebbe” persino Hobbes, o Schopenhauer o Nietzsche e chissà che non lo stia già facendo!). Alla filosofia tocca dunque la peggiore delle sorti quando cade in mano agli impiegati, ma solo essi possono avere l’improntitudine di volerla insegnare. Perché, bisogna affermarlo onestamente, la filosofia non si può insegnare. Se ne può solo testimoniare.
Ma eravamo partiti da un’altra domanda o da qualcosa infine che era altro. Questa è infatti la vera domanda che volevamo porre: se la filosofia non si può insegnare (e si può solo testimoniarne) come fa a esserci una filosofia accademica? Cioè, per dirla col nostro Bruto, col nostro Schopenhauer, una filosofia per passatempo? In realtà, del filosofo accademico si può veramente dire: «Lumen per illum transitum fecit», «la luce se ne è andata da lui». O, se ci è concesso dirlo in altra maniera, poiché coloro che vuole perdere lo Spirito li fa prima impazzire, ecco che è lo stesso filosofo accademico a sostenere che vale più di gran lunga la filosofia per passatempo piuttosto che una filosofia seria. Ora certamente questa è spesso lugubre e non sa migliorare niente come invece la filosofia per scherzo. Tuttavia purché la filosofia universitaria ammetta di essere solo una filosofia per passatempo, per fare quattro risate, allora il filosofo extraccademico ammetterà anche lui che la sua è solo una filosofia “seria”.
Quanto alla fine della filosofia universitaria, se essa fa filosofia affinché si riproduca, e si riproduca affinché essa faccia filosofia (se essa si riproduce, cioè, solo per riprodursi) allora è già avvenuta.


Manlio Sgalambro, Gli impiegati del pensiero in “Il Sole 24 Ore”, 18 febbraio 1996, p. 31

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