Gentile e il tedio del pensare

L’importante è pensare: con queste parole, con le quali si conclude il Sistema di logica, Gentile si annette un frammento presocratico con pieno diritto. Egli ha praticato la difficile questione, pensare il pensare, senza che nessuno in realtà gliela contendesse. Gentile è rimasto un filosofo provinciale anche in questa ‘assurda’ pretesa. Ma la sua richiesta al filosofare rasenta l’eroico. Che cosa significa pensare?, si torna oggi a chiedere. Ebbene egli ha dato una risposta: il pensare ha la responsabilità di tutta la realtà. Il concetto di responsabilità introduce ben altro che una gnoseologia vulgaris. Non c’è traccia qui di una neutralità gnoseologica. Il pensare è compromesso già in partenza: esso ha la responsabilità del mondo. Ma la letizia gentiliana di questa risposta è un segno del passato. Quanto a noi, ci vergogniamo di pensare. Gentile invece se ne rallegra. Qui sta la sua ingenuità e l’ingenuità dell’idealismo. Oggi noi dobbiamo rileggere La rinascita dell’idealismo non come un momento esaltante, cioè come nacqua, ma come parte di una cultura segnata dall’angoscia di pensare. Appare il pensiero, nella visione di Gentile, l’eterno Tantalo, proteso esternamente verso il reale, che coglie sì ma mai quanto sarebbe il suo desiderio. Appariva e spariva, nello stesso tempo, la contraddizione in cui era messo in tal modo il pensiero. «Quello sarebbe l’estremo giorno dello spirito – rifletteva Gentile – se mai toccasse l’ultimo oggetto, che, entrato anch’esso nella chiusa cerchia del soggetto e assimilato subito a questo, facesse un deserto della realtà, rendendo vana e impossibile ogni ulteriore ricerca, ogni coscienza nuova, e però tutta l’attività, tutta la vita dello spirito» (La rinascita dell’idealismo, 1903). E proclamava il pensiero immortale. Oggi invece sappiamo che esso è mortale e il tedio di pensare ci afferra. Ora Gentile non provò mai l’angoscia di pensare e mai il tedio, e pensare gli sembrò, al contrario, eternamente desiderabile e inestinguibile la sete di esso. Salvo che nel pensato dove il pensiero – anche se era solo illusione perché bastava pensarlo perché balzasse daccapo – appariva spento e appagato. Appariva. Ma nell’accostarvisi il pensato riviveva ed era di nuovo pensiero in atto e nuovamente vita, eternamente vita. Che questo ne significasse la maledizione, Gentile non vedeva.
Ne L’atto del pensare come atto puro, uno scritto come pochi ce ne sono nella filosofia italiana per non dire nessuno, Gentile avvisa: «Un pensiero altrui, pur volendolo pensare come altrui, non possiamo pensarlo se non pensandolo come pensiero, intendendolo, ossia scorgendolo e riconoscendone il valore: e, in altri termini magari provvisoriamente, consentendovi e facendolo nostro». Ma poi si fa più preciso e incalzante. «Quello – aggiunge – che si dice pensiero d’altri, o nostro in passato, è in un primo momento il nostro pensiero attuale, e in un secondo momento una parte del nostro pensiero attuale: parte inscindibile dal tutto cui appartiene, e reale perciò nell’unità del tutto stesso. E però il solo pensiero concreto e il pensiero nostro attuale». Sembrava cosa da nulla e non lo era. Sembrava rinnovarsi semplicemente il truism di Berkeley, che per pensare una cosa bisogna pensarla, e invece si trattava di ben altro. Non solo il pensiero risorge sempre dalle sue ceneri ma è sempre pensiero in atto, pensiero nostro. Gentile resta preso al cappio da lui apprestato. Invano vogliamo pensare l’altrui pensiero come pensiero altrui, non possiamo. Il pensiero nostro non è più nostro ma di chi lo pensa. Pensare Gentile significa semplicemente pensare. ‘Fare nostro’ Gentile significa fare suo il problema nostro. Lasciarsene divorare.
Questo è l’eterno destino del pensiero, insiste Gentile, riversarsi nell’oggetto. E quindi ripete: «Eterno Tantalo, stende in eterno le mani ai dolci pomi del reale». Di questo destino Gentile incarnava il momento del trionfo. Noi rappresentiamo il momento della sconfitta o, se si vuole, della quiete, il disperato momento in cui il pensiero si fa pensato e ‘muore’.
Ma che il pensato incomba sul pensare, Gentile ne è pienamente edotto e continuamente ribadisce le sue tesi. «Per noi… il vero pensiero non è il pensiero pensato… Per noi il pensiero pensato suppone il pensiero pensante e la vita e la verità di quello sta nell’atto di questo» (Teoria generale dello spirito come atto puro). E ancora: «… dire puro atto è dire puro pensare; bisogna starci anche se ci si sente mancare il respiro… l’atto è questa risoluzione assoluta di tutto ciò che è pensato nel pensare. Ora, certamente, oltre il pensare e il pensato – che c’è a patto di essere interno al pensare – non vi ha modo di pensare altro» (Chiarimenti a un attualista dubbioso, in Introduzione alla filosofia). Ma il destino della filosofia sembra oggi esigere che si torni a pensare partendo proprio dal pensato. Che ci si chieda perentoriamente: ‘cosa significa il pensato?’ e solo in funzione di questo si torni poi a chiedersi del pensare.
Tra l’energico pensare e il ‘morto’ pensato, vi è solo un passaggio ideale, un logico istante. Ma a chi volesse fermarsi in esso, o non volesse che fermarsi, e non volesse altro, un istante è sufficiente.
Portato a fondo il pensiero di Gentile si ribalta. O, se dovessimo dirlo più spietatamente, si attua. L’idea di Gentile che chi pensa pensa ogni volta la verità vale anche contro se stesso. «Il fatto del pensare, e però della filosofia, quale che sia la soluzione a cui si indirizzi, presuppone questa affermazione della verità del pensiero nel pensare quello che pensa attualmente», viene detto ne L’atto del pensare come atto puro. In ogni caso resta fermo che l’unico modo come possiamo pensare Gentile, è pensare. E come prima cosa saper vedere l’ossessionante presenza del pensiero, anche se egli non ne soffrì né ne provò timore. Né si accorse a fondo di ciò che significava avere fatto il pensiero responsabile del mondo.
Anche l’identità di pensare e volere, sottilmente sostenuta, scombina il quadro confortevole entro cui Gentile la sistema. Ma rivela più di quello che nasconde. Anzitutto, cos’è la volontà? «Volere, risponde Gentile, significa per l’uomo fare in modo di essere, di esistere… Sicché volere qualcosa è sempre volere esistere, volere la propria esistenza, volere se stesso» (Che cos’è il fascismo?). Gentile avverte bene la portata del problema, ben più di quanto emerga dal testo riportato. L’identità tra pensare e volere viene infatti consumata nel Sistema di logica: «Chi voglia rendersi conto dell’essenza del volere – precisa – deve volere egli stesso… così soltanto chi vuole sa che sia volere». Soltanto colui «non può non sentire raccolta in sé la potenza del mondo; non può non vedere che tutto l’essere è quello che si realizza nel suo attuale pensiero… non può non riconoscere nell’atto del volere quella stessa attività eterna…»: il pensare. A questo modo tutti quei problemi cui aveva dato luogo la questione circa la volontà posta in maniera tecnicamente impeccabile da Schopenhauer, si sostano sul pensiero.
Questo pensiero insaziabile è la ruota d’Issione a cui siamo legati, il nostro perpetuo rovello. Divora realtà su realtà e ci lascia desiderosi e maledicenti. Tutti i problemi che Schopenhauer aveva contati nella volontà, come Dio i capelli in testa, si devono vedere ora nel pensiero con la stessa intransigenza. Ciò che fu detto della volontà, noi lo avvertiamo infatti del pensiero. Una volta scoperto, il pensiero rivela la sua orrenda natura. Dobbiamo dire che è proprio Gentile a metterne a nudo l’essenza autoaffermativa o, nel suo linguaggio, il suo essere atto. Che esso sia atto, significa che divora continuamente i suoi contenuti. E noi siamo continuamente ‘costretti’ a pensare, sbalzati da un pensiero all’altro in un perpetuo affanno.
La segreta coscienza di questo si era iniziata con la filosofia moderna. Da quando Descartes aveva messo il pensiero nell’odioso rilievo che si sa. Così però ne cominciammo ad acquistare coscienza. Come anche la consapevolezza della sua ambivalenza. Va da sé che per Gentile l’affermazione del pensiero e l’affermazione della vita vanno insieme. Gentile considera la vita come sviluppo e conflitto, inarrestabile flusso. E la materia come «acqua stagnante», deflusso. Ne testimonia questo testo esemplare e indicativo: «Giacché la vita è sempre svolgimento e perciò cangiamento continuo, incessante: quindi verità ma anche varietà, e conflitto interno di elementi discordi dal quale la vita è promossa a nuove forme. E dove è calma d’acqua stagnante, l’aria s’ammorba e la vita si spegne» (Che cosa è il fascismo?). Quanto all’affermazione del pensiero essa è in tutte le linee della filosofia gentiliana e si identifica con quella nozione di auto (o di atto in atto) che è niente altro che autoaffermazione. Il pensiero come atto nient’altro è appunto che il pensiero come autoaffermazione. E potremmo dire autoaffermazione incessante, come già abbiamo visto, pensiero che si pone di continuo, ossessionante. E con essa l’impossibilità di fermarlo, di provi sosta. O la sosta diventa balzo, ancora pensare, ancora sentire in sé questo rovello che non si ferma, e la pena che ci infligge e il desiderio di pace, e la segreta aspirazione a non pensare… Così da un lato questa esaltazione, dall’altro il desiderio di spegnere questa insaziabile sete di pensare, ma l’inutile sempre ridesta fatica preme su quello che, sorte beffarda, si definisce proprio da ciò che ha più in disistima. Costui è il pensatore, il quale non s’accorge che nel fregio del titolo si nasconde un non so che di imbarazzante, come se così egli prendesse nome da qualche lordura. Ma perché si stabilisse una chiara consapevolezza di questo e perché dall’ostilità di un sentimento nascesse una coerenza sistematica doveva passare tempo e dovevano incrociarsi più destini. In uno di questi si doveva incontrare Gentile.


Manlio Sgalambro, Gentile e il tedio del pensare in Giovanni Gentile, L’atto del pensare come atto puro, De Martinis & C., Catania, 1995, pp. 7-13

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