Lettera a un giovane scienziato

Lettera a un giovane scienziato

Riflessioni su vita e numero

«Una farfalla è annegata nel vino.
Ho tolto il cadavere. Lo sfarfallio dell’ala
ha coperto il calice di uno scintillio d’oro.
Ho finito di bere e poi mi sono addormentato».
(Erwin Schrödinger, Poesie)

«Ben diversa si era figurata la stanza di un matematico, in qualche modo espressiva dei pensieri terribili che vi prendevano forma» (Musil, I turbamenti del giovane Törless). Così si figura il giovane Törless i pensieri di un matematico, come quelli in cui è persino possibile contare il numero delle stelle. Era quanto aveva sorpreso anche il giovane Valéry. «Noi, che non esistiamo rispetto a esse, possiamo tuttavia contarle…». In ogni caso, della vecchia confidenza con le stelle da cui ci si attendeva bene e male e consigli per la vita minuta, è rimasto solo il disperato rapporto matematico. Ma la disperazione è l’orgoglio della scienza. A chi si strappa i capelli si dia la felicità che merita. Non c’è oggi persino una fisica felice?
Il sottile spessore della nostra materia ci divide appena. Eppure la forza del numero non viene mai meno. Noi siamo chi siamo solo per gli altri o per essenza? La nostra qualità di scienziati o di filosofi ci è attribuita sulla base di una speciosa ripartizione di funzioni o giace nel grembo degli dei? Noi sappiamo che è così e non fu fortuito che siamo chi siamo. Ma l’opinione della gente è dilettantesca e in ogni caso solo occhi esercitati possono vedere nel chiarore abbagliante del mondo dello spirito o, come forse dovremmo dire, nel bordello dello spirito.
Cosa succede, caro amico, nella fisica e nella cosmologia dove la bagascia “novità” fa da madre badessa nel convento? La fisica felice di Feyerabend, caro amico, desta il mio sdegno. (È uscita per intanto una raccolta di scritti di Lakatos e Feyerabend, fautori di una scienza matricolata, nonché delle loro lettere: Lakatos-Feyerabend, Sull’orlo della scienza, edita da Cortina). Difficile dimenticare l’orgogliosa sicurezza di un Planck, pure in mezzo ai paradossi della relatività, in cui egli vedeva la capacità del fisico di trascendere persino le intuizioni, reputate finora assolutamente necessarie, di spazio e di tempo, per arrivare a una fisica universalmente valida per ogni essere razionale, uomo o no. Era la stessa sicurezza del filosofo, di un Husserl a esempio, che pure in mezzo ai paradossi della logica moderna e nella crisi dei suoi fondamenti, vedeva la verità filosofica brillare per tutti, uomini e dei, angeli o mostri. Oggi il fisico sembra abbia smarrito le delizie della teoria – come il matematico il paradiso di Cantor – e scellerati e miserabili parlano di fisica a misura d’uomo. Non vorrei richiamare solo il Fayerabend e la sua fisica felice, anzi sembra ormai che i confini di un solo nome non bastino. In realtà lei potrebbe ricordarmi che questa confusione proviene piuttosto dalla “filosofia della scienza”, strana creatura che si aggira tra l’una e l’altra accumunando le cattive ragioni di entrambe. E, per Dio, ciò mi convince. Se non si può fare a meno di usare ipotesi ad hoc, dice il filosofo della scienza più su nominato, è meglio usarle nei confronti di una nuova teoria che, come tutte le cose nuove, potrà dare una sensazione di libertà, di piacere e di progresso. Ma ricordiamo Planck ed Einstein, la loro provata convinzione di un ordo, divino o losco che fosse, di un mondo ormeggiato a leggi sulle quali ininfluente era la carne e atteniamoci a essi.
Ma che mi dice della meccanica quantistica nel suo complesso? Semplici problemi di perturbazione dovuti alla misurazione (quale che sia l’insulsaggine di simili voci) lasciano dietro di sé aloni pericolosi entro cui prospera un “umanismo” della scienza timoroso, come in Schrödinger, di «ridurre le esperienze psichiche a puro fenomeno gregario» ed esaltando perciò il superfluo a necessario. Peraltro parve, a suo tempo, che si rinnovassero i fasti della fisica epicurea, con la sua dottrina della “declinazione”, intesa a dare in qualsiasi modo una libertà all’uomo pur di liberarlo dal timore una volta degli dei, oggi di un mondo esistente in sé. Non le sembra che le discussioni sull’indeterminismo, connesse, ricorda?, alla fisica quantica, abbiano avuto lo stesso sapore di un favore reso all’uomo? Sì, la carne è debole… Mi perdoni, mio giovane amico, ma io faccio quel che debbo. E debbo ricordarle l’ethos della scienza: la avvilente sicurezza, anche se pro methodo, che ci sia un mondo indipendente da noi. Che noi fummo sbattuti dalle circostanze su questa arida riva, come quasi cadaveri, e che tutta la nostra forza sta nel pensare rettamente. La nostra gloria non è un giusto pensiero? Cosa lasceremmo di noi come specie, se mai i nostri segni fossero raccolti e se qualcuno ci succedesse?
Anche se dovessimo optare per un opportunismo epistemologico, il primo passo sarebbe sempre quello di «descrivere il mondo indipendentemente dagli atti della percezione». Lei avrà riconosciuto qui la spregiudicata posizione di Einstein. Ma è ancora evidente come il nobile fisico abbia, assieme a Planck, riflettuto più di ogni altro su questi problemi e nel senso più degno. Ma torniamo a noi, riprendiamo il problema dagli inizi. Come definire, dunque, l’ethos dello scienziato? Sappiamo che un rigoroso specialismo è connesso alla scienza. Specialismo significa, quanto meno, praticare un settore ben delimitato del sapere e ignorare tutto il resto. Ma che tipo è l’individuo che può farlo? Chi può rassegnarsi a ignorare quasi tutto, collocandosi in questo “quasi” con il mostruoso ampliamento di un minuscolo settore, senza cui però non vi sarebbe nella scienza quel progresso che giustamente essa vanta? Questa considerevole osservazione di Ortega vale da primo sorpreso commento: «Siamo costretti – egli dice – a rimarcare l’assurdo di questo fatto innegabile: lo sviluppo delle scienze sperimentali è stato spinto fino a una notevole ampiezza per opera di persone incredibilmente mediocri e anche meno che mediocri». Precisiamo: ciò che allo sguardo di Ortega appare solo mediocrità non è invece rinuncia? All’ethos dello scienziato essa appartiene come indistinguibile da ciò per cui egli è ciò che è. Alla base della scelta di un campo vi sta un atto. Egli non subisce dunque i limiti della sua persona, di ciò che è come individuo. Ma limita se stesso con energia. Qui il limite è un atto, ripeto, non il tratto dominante di un’esistenza limitata. Sarei perciò propenso a definire rinuncia, come ho fatto, ciò che vi si nasconde. Ma già, appunto, l’ho fatto. Bisogna invece sottolineare un altro tratto della rinuncia: la rinuncia a qualsivoglia pietas. L’ethos della scienza costringe alla disumanità. Per essa l’uomo non è umano. Lo scienziato che lo vedesse diversamente tralignerebbe da quella via che unisce uno a uno i rappresentanti della scienza e ne fa una sola immensa catena, ne fa la scienza. Che nel frattempo imperversino scienze che si occupano “umanamente” dell’uomo è segno dell’attuale stolidità del sapere occidentale. Il contrappeso di scienze come la biologia o la medicina che si avvicinano troppo all’uomo è quell’indifferenza con cui esse lo trattano. Se ancora vi riescono e per cui i “fellah” le rimbrottano. A questa indifferenza, come le è noto, si legano i loro più grandi successi, non alla pietas che tratta l’individuo come persona e dopo un poco l’abbraccia, frignando.
Bisogna a questo punto, interrogarsi seriamente sul vantaggio e il danno della scienza. Il secondo è incommensurabile al primo, siamo d’accordo. Ma questa è la grandezza della scienza da quando, con la luce che sparse, squilibrò il rapporto tra la richiesta di coscienza, tra il suo fabbisogno commisurato a un generico utente, vivente nel tardo quaternario, e il surplus che oltrepassati i limiti di sicurezza mette in forse la stessa esistenza del suo atterrito beneficiario.
Ho dunque l’obbligo di dirle, giovane amico: se sente ancora un moto di pietà per l’uomo si volga allora alle più recenti “magie”, alle fole che prosperano rigogliose all’ombra del secolo. Segua allora il consiglio di Apuleio (Metamorphoseon, I, 1): «intende: lætaberis», «stai attento, te la spasserai un mondo». Segua anzi il consiglio dei nuovi fisici e si diverta. Nel divertimento però ci sono già i vermi. Ma se la grazia della scienza le proviene da più lontano e lei non può essere che ciò che è, non si curi del suo simile e se la scienza è funesta, partecipi a cuor tranquillo al funerale.
Voglio lasciarla su un passo che rileggendo Volupté di Saint-Beuve mi capitò di notare e che contiene l’immagine di una scienza che condivido: «Più volte la settimana frequentavo le lezioni di storia naturale del signor Lamarck, al “Jardin des Plantes”… Già a quell’epoca, il signor Lamarck era come l’ultimo rappresentante di quella grande scuola di fisici e osservatori di tutti i fenomeni che si era avuta da Talete a Democrito fino a Buffon… La sua concezione delle cose aveva grandi tratti di semplicità, e molta tristezza. Costruiva il mondo con il numero più ristretto possibile di elementi e di crisi e attribuendogli il massimo di durata… Per lui il genio dell’universo era una lunga cieca pazienza… Allo stesso modo una volta ammesso nell’ordine organico il potere misterioso della vita, che egli intendeva semplice e il più elementare possibile, presupponeva che si sviluppasse da se stesso, e si perfezionasse poco a poco con il tempo; il sordo bisogno, la sola abitudine fanno nascere, a lungo andare, negli ambienti diversi, gli organi, in contrasto col costante potere della natura che li distrugge; la natura è la pietra e la cenere, il granito della tomba, la morte. La vita non vi interviene che come uno strano accidente, singolarmente industrioso, come una lotta prolungata che può avere qua o là o meno successo o equilibrio, ma che in definitiva è sempre vinta. Prima di essa regna una fredda immobilità». Così lessi in questo passo e mi si strinse il cuore e la mia qualità di filosofo quasi non bastò, dopo tanti travagli e durezze, a sopportarlo. E pensai al fragile Saint-Beuve con pena…


Manlio Sgalambro, Lettera a un giovane scienziato in “Il Sole 24 Ore”, 3 dicembre 1995, p. 25

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