Gli orrori della verità

Gli orrori della verità

Il ruolo della filosofia in un’epoca in cui la perdita delle certezze finisce paradossalmente per riportare in auge i lati più oscuri del potere

Il ritorno delle ideologie e delle credenze religiose porta i segni di un fanatismo che impone intorno a sé la violenza della logica amico – nemico

Con questo articolo il filosofo Manlio Sgalambro inizia la sua collaborazione con “Il Sole 24 Ore”.

Da quando l’idea di autorità cadde assieme alla testa dei re, tutti divennero re e il mistero dell’autorità parve dissolversi. Ma non perché fosse svelato. L’indignazione di De Bonald è comprensibile: «Io temo veramente che i buoni spiriti non mi perdonerebbero di prendere sul serio uno scritto sulla politica che cominciasse con la strana asserzione che non vi sia assolutamente bisogno di autorità, altrettanto quanto non mi perdonerebbero se io entrassi in discussione con un geometra che cominciasse col negare l’estensione» (De Bonald, Œuvres completes, II, pp. 596-597).
Il concetto di autorità in genere cadde nelle mani di giuristi e politici rozzi che lo trattarono da pari loro.
Nella visione politicistica i moti dell’intelligenza dipendono dai moti della politica. E il benessere dell’anima dipenderebbe da uno o da un altro governo. Di un uomo senza politica si dubita come di un arnese da forca. Un uomo senza verità invece viene considerato un galantuomo e a chi sostiene di averne una, dopo risate sguaiate, non ci si scorda di ricordagli minacciosi che un tempo per simili bestie c’era il rogo. Quanto ai filosofi odierni essi sono solo dei politici: dipendono dallo Stato e dalla Opinione pubblica. Il loro pensiero non fa che esprimere le beghe del demos.
L’attuale fase democratica della filosofia sta conducendola alla fossa. Non alla sublimità della fine con cui essa ha tante volte civettato. Il principio di tolleranza applicato alla filosofia fa scomparire il concetto di verità che suppone che essa sia unica ed eterna.
Questa è almeno l’intenzione con cui filosofa il filosofo di razza. Ma questo concetto sarebbe esiziale per la democrazia, come la democrazia è esiziale per il concetto di verità.
Filosoficamente parlando bisogna fermarsi alla superficie, raccomanda Rawls. Rorty allarga l’area del fanatismo. Fanatico è qualsiasi filosofo che ha una visione del mondo. Insomma qualsiasi filosofo che “ha” la verità. Mentre il filosofo “superficiale” «pone la priorità politica prima di tutto e confeziona una filosofia su misura» (La priorità della democrazia sulla filosofia, Rorty, Scritti filosofici, I, pag. 241).
«Ciò che giustifica una concezione della giustizia non è il suo essere conforme a un ordine antecedente a noi, e che ci viene dato, ma la sua congruenza con la nostra più profonda comprensione di noi stessi e delle nostre aspirazioni, e con la nostra presa di coscienza che, data la nostra storia e date le tradizioni radicate nella nostra vita pubblica, questa è la dottrina più ragionevole per noi», scrive da parte sua Rawls.

Ma vi è chi ritiene che noi traiamo la nostra nozione di giusto da questa considerazione: il mondo non dev’essere. Che il filosofo ha a che fare con la giustizia eterna davanti a cui il mondo è condannato.
Con ciò che dice Rawls invece non andiamo oltre la nostra etnia. E può andare bene a un cittadino tedesco degli anni ’30 come a un cittadino bosniaco d’oggi. In realtà l’azzardo della filosofia resta la sfida dell’universale. Qualcosa che vale per tutti e necessariamente.
Questa è la sua intenzione, questa la sua vita e la sua morte. E ciò vale, s’intende, anche per l’adepto. Per chi non fa un passo senza la filosofia e non stacca gli occhi dalla sua guida. Ma sta qui il pericolo rappresentato dalla filosofia per la democrazia.
Una sola filosofia è pericolosa mentre “tutte” sono innocue. “Un” filosofo ha mille occhi. Mille filosofi, nessuno. Dobbiamo convenirne: senza il principio di tolleranza filosofica, la democrazia non potrebbe accettare la filosofia. La filosofia può essere accettata dalla democrazia solo se tutte le filosofie sono uguali. Se cioè non esiste una filosofia più vera di un’altra. In altre parole se non ci sono più delle filosofie ma delle politiche.
Il rispetto per gli uguali diritti richiesto dalla società pone la filosofia in questa situazione. Tutte le filosofie sono uguali significa «non c’è più filosofia». La stessa «storia della filosofia» – a quanto si dice l’ultima specialità attendibile in materia di filosofia nell’epoca in cui la filosofia non vale niente – non ha ragione d’essere. Al massimo essa evoca l’idea di una collezione privata di “filosofi”. Di Fragonard, infine.

A questo punto l’idea di autorità in filosofia diventa il centro di una riflessione responsabile e trascurarla può indignare, come indignò De Bonald ignorarla nell’ambito della politica.
Sull’autorità nientemeno s’era fondato il concetto di verità. Dall’«interiorità» non escono infatti che vapori mefitici. Agostino aveva torto. Del resto lui stesso aveva affermato che non avrebbe creduto al corpus scritturario se la Chiesa non glielo avesse imposto. La verità in effetti si impone dall’esterno: come una cosa. In tal senso essa regolò l’Occidente e attorno a un concetto siffatto non nacquero solo saperi, ma un vivere sottoposto all’autorità di un sapere. Attorno a questa idea l’Occidente realizzava l’idea di “mondo esterno” e si staccava dai sogni dell’infanzia. Dava un posto alle cose. Realizzava la nozione di un mondo fuori di noi. Di un Dio fuori di noi.
Anche la verità era fuori di noi. L’apporto delle guerre di religione europee e l’affermazione di un concetto di verità siffatto è stato trascurato. Ma coi trattati di Vestfalia (1648) che posero fine alle guerre di religione tramontò pure il concetto di verità a carattere universale ed eterno.
Dopo di allora questo concetto diventa un concetto per tecnici, per lo più logici, che devono solo accertare la correttezza di un giudizio. Il concetto di verità, cioè, perde tutte le caratteristiche viventi. Si smarrisce l’emozione della verità che pochi ormai sentono.
Le stesse religioni, ovviamente, subiscono gli effetti della caduta di questo concetto. Si insinua in esse un elemento pragmatico che se le aveva notevolmente compromesse nel corso della loro storia, non aveva tuttavia mai deciso, come ora avviene, della loro stessa vita e del loro significato. (Il contadino tedesco che nel sedicesimo secolo lotta per la transustanziazione, per la presenza reale del corpo di Cristo nell’eucarestia, o per la presenza simbolica della sua carne e del suo sangue, mostra una così intensa emozione di verità che le guerre ideologiche di questo secolo ricordano pallidamente).
Le diverse confessioni cristiane, che si erano combattute in nome della verità, fanno ora le fusa in nome della sopravvivenza. Conservare la vita è il grido ammonitore della politica che indica lo Stato come luogo di questa salvezza.
La politica subentra così alla religione, come subentra per lo più alla filosofia, e prende in mano la questione. Al posto della verità subentra, cioè, ciò che è utile alla conservazione della vita. La rinascita odierna dei cosiddetti integralismi religiosi in Europa, è il tentativo di risollevarsi dal colpo subito con la pace religiosa.

Si vuole restituire la religione europea alla condizione antecendente alla pace di Vestfalia. In altre parole si vuole trarla fuori dalla sudditanza alla politica e riprendere in mano il problema della salvezza. Se per ritorno della religione, di cui tanto si parla, si intendesse qualcosa di dolciastro, per anime tenere, l’effondersi di una “squisita” interiorità in spasimi ed ebbrezze, ebbene si sbaglierebbe totalmente.
Questo ritorno semmai avrà le rudi note che caratterizzarono la religione nell’età del suo pieno dominio. Il malcapitato che cercasse in essa pace e suffumigi per la sua anima in pena, avrebbe certamente sbagliato indirizzo.
Religioni del genere si battono, ma non il petto. Esse individuano nell’altro l’“infedele”, il “nemico”, e lo trattano di conseguenza. Ritornerebbe dunque il problema della salvezza di fronte al quale il problema della vita, nel senso della politica, avrebbe un rilievo inferiore. Salvatori dell’anima e non politici, coloro che prenderebbero in mano la questione non soffrirebbero del minimo dubbio – il guanciale di Montaigne per una testa “ben fatta”! – e di nuovo il concetto di verità, nel suo senso eterno e universalistico, tornerebbe a dominare tra lutti e sangue. Tornerebbe a dominare l’orrore della verità. Tuttavia battersi per la verità così intesa, rientrerebbe tra quegli atti che decidono se l’umanità è solo una specie zoologica o altro. In realtà, a partire almeno da Rousseau, il ritorno tra gli animali della specie umana, ritorno che in lui ebbe il suo teorico, non ha avuto soste. Ciò che si chiamò “umanità” nel senso di una “essenza” del tutto particolare e irriducibile, tende a confondersi genericamente con la “vita” in una specie di pappa in cui tutto ciò che è vivente deve riconoscersi. In questo senso vanno le “filosofie” – cioè le politiche – che oggi regolano queste cose. Esse vanno, cioè, nel senso della vita e riescono dunque bene accette.

Una filosofia che prendesse in carico il concetto di verità sarebbe invece orrenda e disgustosa. Ciò conduce allo spaventoso mistero dell’autorità. C’è un momento inobliabile in cui la verità appare come un potere. Crediamo allora solo a quella verità che si impone dal di fuori.
L’angoscia davanti all’autorità che prende i più è simile all’angoscia davanti alla verità. Anzi in questo caso è la stessa cosa. È l’autorità della verità che ci spaventa. Non dovremmo fare altro che obbedirle infatti. Anche se essa fosse “contro” la vita.


Manlio Sgalambro, Gli orrori della verità in “Il Sole 24 Ore”, 15 ottobre 1995, p. 25

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