Sgalambro. Politica è inganno. L’indifferenza del filosofo

Sgalambro

La fabbrica del nuovo. Lucido pessimista, isolato e sprezzante, l’autore de La morte del sole lancia una provocazione

Il pensatore parla dell’«orrore di essere governati» e considera la vita pubblica un oggetto di riflessione dal quale vuol restare estraneo. Una presa di coscienza nata con la rivolta d’Ungheria

Quando è uscito dalla clausura e ha provato a mescolarsi alla gente, ne è rimasto disgustato. Dopo tanta e ossessiva solitudine, per riflettere e per scrivere aveva scelto i bar affollati della sua città. Vapori di caffè e pettegolezzi, granite alla mandorla e risse sportive, mandarino al limone ed euforie politiche. In mezzo a «questa marmaglia» che dissipa la vita in un ininterrotto vaniloquio, lui, il grande estraneo, Manlio Sgalambro, filosofo «pericoloso e malato di protervia». Le occhiaie di infinite letture nascoste dietro lenti da sole, si è seduto per mesi allo stesso tavolo, ad annotare su un quaderno certe meditazioni. è stato là che ha scoperto «l’orrore di esser governati». Ci ha monologato sopra pescando idee nel gorgo di un pessimismo funerario in cui ci ha già fatto affondare coi saggi precedenti, e ne è venuto fuori un libro, Dell’indifferenza in materia di società, che Adelphi pubblicherà nel prossimo settembre.
Sarà l’ennesimo caso suscitato da questo settantenne «strambo e ombroso come il suo cognome irto di consonanti». Lo hai di fronte nello studio di Catania, dove si respirano polverose vampate di caldo, lo ascolti parlare e t’accorgi che il pensiero corrisponde al volto: ulceroso, gelido, aristocratico e, oggi, più duro che mai.
Per molti quasi insopportabile, in un’epoca di ottimismo coatto e di rinascite date per imminenti. E vien da chiedersi dove potrà essere deragliato ora, decidendo di occuparsi di società e politica, uno dalle tesi estreme come lui. Uno che ha giurato di «vivere unicamente per annullare Dio». Uno per il quale «l’idea eterna dell’uomo è il suo cadavere». Uno che individua nel coito e nella violenza «i rimedi ultimi».
Sgalambro è intento al labor limæ sulle bozze, e non rivela le tappe del percorso compiuto. Ne accenna soltanto, facendoci intravvedere nuovi abissi di sfiducia. Del resto, da anni sentenzia che «non si può esser reazionari perché non c’è dove tornare», che «non si può esser progressisti perché non c’è dove andare» e che, insomma, «la politica ci inganna per essenza». Adesso aggiunge accuse all’élite intellettuale, «opportunista, contaminata dal plebismo e intenta a distrarre le masse con fasulle consolazioni». Fino all’82 ha filosofato da clandestino, viaggiando poco ma studiando in cinque o sei lingue. Si è concesso un’interminabile adolescenza, fatta di letture appassionate e impieghi precari, durata sino a 39 anni, quando s’è sposato. Ha esordito nella terza età, con La morte del sole, seguito da Trattato dell’empietà, Anatol, Del pensare breve.
Oggi, a parte i dialoghi con se stesso, collabora con Franco Battiato: ha scritto il libretto di un’opera su Federico II e i testi di una raccolta di canzoni.
— E allora, Sgalambro: che cosa l’ha ispirata in questo lavoro? L’eclissi delle ideologie? Il disordine mondiale? La rivoluzione italiana? O magari un libro che s’è trovato sul comodino?
«Libri no, perché tendo a rarefarne la presenza e a considerare che ciò che di loro è rimasto dentro di me, quello valeva. E non mi ha spinto nulla del resto che lei ha citato, e che è roba da storici. Infatti chi riflette non può lasciarsi prendere da miserabili situazioni reali; chi deve sostenere la non lieve fatica del pensare, e portare il peso della verità , non può essere influenzato da un avvenimento o da qualche figuretta politica… tutto questo va tenuto sullo sfondo. A me è capitato di restare inorridito da una evidenza: “Sono governato”. Vale a dire che, alla faccia degli sforzi di emancipazione che l’uomo ha fatto per educarsi all’autodecisione e al rispetto delle proprie ragioni, mi sono riscoperto dominato da una classe politica che tende a diventare un Fine anziché un Mezzo. Me ne sono accorto di colpo, e con sbalordimento. Come se non l’avessi mai saputo».
— La politica e la società : quando lei ne parla tono e umore sono quasi sempre di disprezzo. E il suo autoisolamento non si capisce se sia più snobismo, noia o… viltà.
«Vorrei sapere dove e a chi dovrebbe volgere lo sguardo, per ricrearsi o per ricavarne ancora disgusto, un uomo che avesse care le cose dello spirito. Io non sono mai stato quel che si dice un intellettuale engagé, non ho mai battuto tamburi. Siamo “condannati alla libertà”, come diceva Sartre, e se le generazioni che verranno dovessero scegliere il fascismo, beh, avranno scelto a partire appunto dalla loro libertà e non vedo che cosa potremmo farci, infine. Non mi attrae la possibilità di dover combattere da un fronte o dall’altro perché io già combatto una mia piccola faccenda, che è il rapporto, insostenibile, con le mie evidenze. Per il resto, che io viva in un regime o in un altro…».
— Vuol dire che le è indifferente?
«Indifferente, certo. Per il filosofo la politica deve diventare elemento su cui riflettere, non da cui farsi investire sino a diventare parte in causa. La sua parte è un’altra. Lui ha preso sì partito, ma per delle evidenze, non per questo o per quello. La politica è la metafisica per la canaglia. Chi vuol cambiare l’altro, lo perderà».
— Eppure in una certa stagione anche lei era schierato, no?
«Ero molto giovane, e stavo a sinistra. La cesura venne nel ’56, coi fatti d’Ungheria. Ma non fui traumatizzato dai carri armati e dai morti, quanto dallo scontato orrore che vidi dilagare. Non sono mai stato disponibile a sentimentalismi o a moralismi e per me la storia è stata sempre una grande macellaia: la carne della questione era dunque un’altra. Presi coscienza che, se volevo essere un filosofo, dovevo essere un “chierico” e non un “secolare”. E che certi problemi, ad esempio quelli politici, avrei dovuto vederli come in uno specchio, perché non turbassero la mia riflessione».
— Un distacco per il quale la si accusa di superbia.
«Ma è l’atto stesso del pensare che si edifica una sua superbia, e che ti distanzia dagli altri. L’esercizio del giudizio e l’attendere al concetto di verità sono state funzioni indispensabili, funzioni di “chierici” che hanno costruito un patrimonio di idee per cui davvero l’Occidente è diverso da ogni altra civiltà. E, si badi: quei concetti sono stati costruiti non già per il favore di determinati contesti politici, ma ad onta di essi, tranne forse il concetto di libertà. Oggi tutto ciò ha un peso insignificante e quel che mi interessa non è tanto la bruttura della società in cui viviamo, ma la pochezza di coloro i quali dovrebbero rappresentare lo spirito. Agli occhi di chi ha care queste cose non importa che siano al potere Berlusconi o Bossi. La politica si può accontentare anche di persone di dubbio valore, il filosofare no».
— Quali vizi rimprovera all’élite intellettuale italiana?
«L’opportunismo, perché si è liberata del concetto di verità giudicandolo oppressivo. I miei colleghi, chiamiamoli così, sono ormai diventati esponenti delle grandi masse e le grandi masse non vogliono concetti di verità ma consolazioni. Succede perciò che i filosofi sbrighino compiti subalterni, mentre il loro miglior destino sarebbe forse d’esser ancora pericolosi, banditi, in fuga. Ci si pensi: parecchi libri di una certa cultura filosofica si concludono con l’elogio del riso, il che negli epigoni diventa uno stolido smascellarsi. Che significa? Che i filosofi in fondo desiderano un ruolo da comici: dir magari la verità, perché tocca farlo, e però liberarsene sghignazzando».
— “Vivere? I nostri servi lo faranno in vece nostra. Vivere è una cosa servile. Almeno vivere per vivere”: è una delle sue sentenze. Che sottintende come unico piacere l’azione della mente, il santo solipsismo del “pensiero che pensa se stesso”. Qualcuno ha parlato di depressione.
«Quello è il mio, di piacere, e io non dico agli altri “prendete il mio elisir”. Comunque, anche se non amo l’analisi, che va dentro le tue trippe psichiche e te le squaderna, non ho mai avuto sensazioni personali di depressione. Chi mi squalifica come un depresso è gente che deve sbarazzarsi dal fardello di certe verità crudeli, che di sicuro non aiutano a campare. Quella gente crede di difendersi così, e però non c’è nulla da fare: la verità è la distruzione, la morte nostra, la morte complessiva e conclusiva di tutto il sistema solare. Bisogna saperle, queste cose. Non per dar di matto, ma per metterle nel nostro orizzonte».
— Lei sostiene la necessità di un’educazione al pessimismo. Scrivere canzoni con Battiato è un passo in questa direzione? Per parlare anche ai giovani?
«Non ho premeditato alcuna finalità. Ho semplicemente ricamato dei testi, che ovviamente non sono lontani dai miei temi di sempre. Il miracolo è che si sono incontrati bene con la riflessione musicale di Battiato. Quanto ai giovani, che vuole? Hanno a che fare con una cultura mediocre e con una filosofia universitaria che è solo uno squittio di topi…”.
— Ambienti che la bollano come un “cattivo maestro”.
«Detto da quella gente, è un ruolo che non mi disonora affatto. Anche se me lo hanno cucito addosso proprio con questo intento».
— Insomma: a parte la recente novità del dialogo a distanza con i lettori, il suo futuro è destinato a restare, sul piano umano, una tabula rasa. Un’autoesclusione soprattutto verso quei “topi” dei suoi colleghi.
«È così: non ho rapporti con nessuno e non credo che questa situazione possa ormai cambiare. Anche perché, forse per questa mia natura, sono poi gli altri a non volere rapporti con me. Per i miei colleghi, ad esempio, tranne Cacciari, io non esisto.
Quanto al futuro, se mi capita di ragionarci sopra, sfrutto sempre una frase malfamata: “Se qualcuno mi parla di futuro, tiro fuori la pistola”. Perché il futuro è una specie di tradimento che si compie. Noi siamo qui, siamo vivi. Il futuro è gli altri».


Marzio Breda, Sgalambro. Politica è inganno. L’indifferenza del filosofo in “Corriere della Sera”, 3 agosto 1994

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