Prefazione a “Trigonometria di ragni”

Trigonometria di ragni

Questa poesia è un esercizio di conoscenza. Tramuta contatti originari in precisi lemmi. C’è una sapienza che viene da lontano. Cose sapute ma filtrate dalla dimenticanza che le ha fatte diventare spade sottili. Questi versi non mendicano accorte sofferenze o tattiche ma trattano di Essenze, di Idee. D’un tratto colui che segue è trasportato in mondi intelligibili. Lo squarcio che s’apre nel proprio vivere dà la dimensione della lettura. Qui si ricevono choc. Una poesia che non libera, capziosa e languida, ma inchioda ai mali con persistente e dannata risolutezza. La sofferenza non è cosa da nulla, non si può limare col battito di un verso. È come se il poeta si vendicasse. Consapevole che la poesia è tradimento perpetrato a danno dell’uomo egli la tradisce a sua volta o almeno lo tenta. Aspira a toglierle la funzione salvifica. Chi legge una poesia si salva? È a questo che egli vorrebbe attentare. Alla pacifica sicurezza del poeta vulgaris. Il nostro poeta invece scopre, ma con avveduta noncuranza, il dolore subumano, il dolore animale. Una strategia per la sua cognizione? Poiché soffrire è ovvio, e il dolore umano non rivela più l’Essensa del cosmo ma le paturnie di un sofferente qualsiasi, egli avvia una manovra diversa. Il dolore animale sembra ancora dirci qualcosa su com’è fatto il mondo. La poesia di Scandurra non è una cognitio minor. Tanta gnoseologia parallela scaglia i suoi tremendi colpi e fa affiorare veri. Col suo linguaggio questo poeta spella vive le cose. L’immaginazione non sbriga affari correnti ma bussa con imperio alle porte dell’universo. L’immagine di un enorme ragno cresce sotto i nostri occhi. Il ragno con cui Spinoza giuoca, gettandogli mosche e ridendo, evoca nel filosofo l’immagine dell’ordo divinus la cui insistita geometricità è l’implacabilità di un Dio senza passioni. Come un’enorme massa che incombe su esseri atterriti. Nel nostro poeta il ragno è un “dio scontroso e scaltro”. L’immagine prepotente però non si accontenta. Il tema balena dietro gentilezze da uomo di mondo. Il poeta è sempre vigile. Secche staffilate o carezze, egli ci prende alle spalle. Come in un agguato in cui rischiamo la nostra prudente quiete. Si muovono da lontano vecchie sensazioni, emozioni ormai logore si ridestano e alla fine ci si incontra con se stessi. Forse la bellezza non è che un altro nome di un nulla desiderato, in cui non ci saremmo e non ci saremmo mai stati. Restituire questa condizione fu un giorno indicato come un compito della poesia. Il nostro poeta ha percorso la retta via dell’onore. Si svegliano dunque vecchie cose addormentate e si fanno parola, spessa e umidiccia. TI si appiccica addosso e non se ne va. Scevro di benevolenze colloquiali il linguaggio tira dritto. Impastata di antiche sapienze, l’ira dell’uomo d’oggi lo accoglie, placata almeno per un istante.


Manlio Sgalambro, Prefazione in Angelo Scandurra, Trigonometria di ragni, All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano, 1993, pp. 7-8

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