La malattia dello spazio

Insulæ

Nel mostrare si mostra il mostrare stesso. Bisogna distinguere l’atto del mostrare da ciò che si mostra. Senza questo perdiamo l’essenza del mostrare ed esso diventa un mero segnale, una povera indicazione. Ben poco, infine. Comunque non quello che si vuole.
Si deve anzitutto esporsi al “niente” che si insinua tra l’atto e la cosa. Soffermarsi su di esso, farne il tema iniziale di un impegno visivo. Non guardare ciò che si vede, ma il vedere. Non guardare ciò che si mostra, ma il mostrare. Il vuoto che si delinea è uno spazio più spesso. È come se esso fosse pieno e non vi entrasse più niente. Così il vuoto viene percepito come resistenza. Come se esso espellesse ogni altra cosa. Ma cos’è ciò che resiste? Niente. “Niente” ci resiste.
Lo spazio è occupato, ma da se stesso. Tuttavia se chi guarda non apprende a guardare prima di tuto lo spazio, non ci può essere “mostra”. E quelle “cose” appese a una parete non si “vedono” neppure. Cosa si mostra dunque nell’atto del mostrare? Si è detto, il vuoto. Ma come se esso occupasse lo spazio e non ci fosse posto per altro. Lo spazio è ingombro di se stesso. Ogni altra cosa è una intrusa.
Attraverso questi atti che evocano dunque lo spazio, attraverso questi atti iniziatici, si apprende man mano l’atto del mostrare. Solo ora si può guardare. Ciò che c’è emerge dunque dal mostrare. Se non si mostra il mostrare stesso non si può “guardare” nulla perché nulla si può “vedere”. Solo dopo che si è mostrato il mostrare, solo assieme al mostrarsi del mostrare, si comincia finalmente a vedere. Solo allora c’è “mostra”.
Una ragionevole domanda di Heidegger – “La scultura corrisponde (…) alla conquista tecnico-scientifica dello spazio?” (Die Kunst und der Raum) – pone non trascurabili problemi. Mentre, nello stesso tempo in cui lo spazio si affermava con Galilei e Newton, la letteratura indietreggiava davanti ad esso – Corneille, ad esempio, parla solo una volta delle stelle, nel Cid, e Racine solo una volta del sole – l’arte figurativa si rende conto di essere arte spaziale. In un primo tempo sembra che contenda lo spazio allo spazio. In questo senso essa partecipa alla “conquista” dello spazio.
Ma in questa lotta un quadro, una scultura, alla fine perdono. Alla fine lo spazio li inghiotte. Se essi vogliono contendere lo spazio allo spazio non possono che perdere. Ma se si abbandonano allo spazio, allora essi vincono assieme allo spazio. Perché un giorno tutto sarà spazio.
Abbiamo immaginato questa analisi. Un quadro occupa lo spazio la cui intelligibilità ne resta lesa. Ne deturpa la purezza. Ma l’atto di occupare è l’atto stesso di esistere. Senza quest’atto il quadro non esiste: è solamente là. Lo spazio dunque respinge il quadro. Se ne avverte la resistenza allorquando gli occhi che tentano di posarsi su di esso sono invece sospinti a forza sul suo rapporto con lo spazio. Ecco che allora tutto si sovverte. Non è il quadro la cosa più importante, ma lo spazio che lo invade e lo soverchia da tutti i lati. Il quadro allora diventa l’occasione perché lo spazio si mostri. Si rovesciano le parti. Il quadro esordisce da protagonista riducendo lo spazio a un mezzo. Ma di colpo lo spazio si scrolla d’addosso il quadro che inizia la sua misera esistenza. In effetti chi non “vede” lo spazio non vede nemmeno il quadro.
Lo sguardo che vede lo spazio è legato al suo vuoto. Esso non vorrebbe che fosse mai occupato. Il vuoto dello spazio è il richiamo che esso esercita sull’individuo.
All’inizio non c’è altro che lo spazio. Il quadro non è nemmeno “visto”. Lo spazio e solo esso ci interessa.
L’individuo se ne sente avvolto, avvinghiato. A poco a poco vi si distende, vi aderisce, diventa un essere geometrico. Qualsiasi quadro offende lo spazio. Turba il grande vuoto che ci invia il suo appello. Il quadro dunque è un disturbo, un inceppo, un graffio magari, un segno comunque che la solennità di questa sovrana omogeneità è turbata. Si crea dunque uno squarcio, una infruttuosa ferita, nel tessuto dello spazio. Il quadro nasce come una malattia dello spazio, una escrescenza velenosa, un attentato alla sua divina integrità. Ma solo se questa offesa si realizza, solo se un quadro ha questa forza di lacerare il suo ordine segreto, allora il quadro esiste. Altrimenti lo spazio l’inghiotte, lo ricompone nell’immensa pace, senza increspature, della sua superficie.
Le arti spaziali lottano dunque contro lo spazio che minaccia di incorporarle. Un quadro deve anzitutto affermarsi davanti allo spazio. Da un lato esso sottrae spazio, incorpora spazio, come se volesse in qualche modo diminuirne la sorgente inesausta. Dall’altro sembra che “doni” spazio. Fermiamoci qui. In questo complesso scambio sembra il punto più fermo. Un quadro riesce allorquando dona spazio. Allorché non ruba spazio, ma lo aumenta. Così lo spazio ora lo accoglie, gli dà un ricetto, una nicchia. Lo accoglie dentro se stesso. Esso vi scompare. Fa ormai parte dello spazio. Non come prima, però, quando lo spazio lo cancellava con un gesto indifferente. Adesso lo spazio lo accoglie. Esso diventa, in qualche modo, un punto d’onore dello spazio, un suo luogo privilegiato. Ma in tutto questo agisce ancora l’essenza dello spazio. Come se un abisso fosse al di dentro di esso. Infine, ciò che è accolto dallo spazio vi scompare. Così l’opera d’arte che ha a che fare con lo spazio o può essere solo un segno avvilente, una cattiva macula, una disomogeneità senza importanza e scomparire nello spazio come in un cesto di rifiuti. Oppure si annulla nello spazio ma nel senso che anch’essa ormai ne fa parte. Che lo spazio la accoglie e la benedice. Questo sprofondare nello spazio, e la sua accoglienza, è la nobiltà del quadro.


Manlio Sgalambro, La malattia dello spazio in Insulæ. L’arte dell’esilio, Costa & Nolan, Genova, 1993, pp. 51-53

I commenti sono chiusi.