Non sparate sul profeta

Il concetto di tramonto va a ruba. Esso ingentilisce gli eventi e li cosparge di malinconie autunnali. L’idea di tramonto evoca la dolce immagine dell’imbrunire, dell’ultimo sfolgorio del giorno, non l’infernale decadenza. Spengler stesso non ama la decadenza; semplicemente la sopporta, coinvolto nel suo criptico rifiuto che lo sospinge alla reazione e al passato. Spengler si mostra degnissimo figlio del burckardtiano concetto di rinascita. Il suo stesso disgusto giovanile per la decadenza “à la Mann”, il cui sentimentalismo egli riporta alla disprezzata bellettristica romantica, lo fa decidere per un concetto di rinascita nel senso burckardtiano, di epoche forti e vitali. Tuttavia il sorprendente concetto che il Tramonto dell’Occidente porta alla ribalta è proprio quello di decadenza. Sorprendente perché la “vitalità” di una civiltà mostra proprio di essere al livello più basso se permette che ciò venga detto di essa senza difendersi con le unghie e coi denti.
Spesso la riflessione filosofica è coinvolta in maniera diversa nella difesa che un’epoca storica fa di se stessa, dei suoi interessi. E filosofie che esprimono i bisogni del tempo, come dicono beffandosi di se stesse senza accorgersene, sono molto frequenti nella vigna del Signore. Sono in genere filosofie che difendono i bisogni del proprio tempo a spada tratta, interamente filosofie che difendono i bisogni del proprio tempo a spada tratta, interamente al loro servizio. Spengler non ha costruito una filosofia servile. Dispone le sue finche civiltà per civiltà, netta le sue penne ed elimina gli errori col raschietto. Ma il concetto di decadenza richiede una riflessione preliminare.
Obbiettivamente il problema moderno della decadenza si ricongiunge a Hegel. L’età della vecchiaia del mondo è l’età medesima in cui il sapere raggiunge la sua maturità. Proprio qui si illumina lo splendore del paradosso della decadenza: essa è il momento in cui i lacci che vincolano il sapere cadono come per una grazia. I torbidi interessi che insidiano la conoscenza, che la umiliano quotidianamente; i suoi turbamenti che la vita al suo acme acquieta col suo barbaro vigore, tutto cessa, ed ecco, si vede il tutto in una visione folgorante e noi in esso, nella nostra miserabile condizione. Il momento più basso della vita è l’osanna dello spirito.
L’accusa di vaticinio cade su Spengler solo perché egli si vanta di sollevare un lembo del nero mantello del futuro. La segretezza del futuro appartiene ai tabù della civiltà. La esplorazione del tempo, intrapresa in grande stile, scorrazza sul continente del passato, mentre aizza al futuro lasciandolo nascosto e desiderabile. La problematizzazione del futuro rinasce con il Tramonto dell’Occidente, come negromanzia. Se l’immagine del futuro è data dallo choc della sorpresa in cui l’attesa del nuovo sostituisce l’antica paura di esso, il futuro così com’è congegnato è preda dell’indovino. Si affetta di respingere il vaticinio nello stesso tempo che tutto rivela che il futuro è già per se stesso vaticinante. Nella definizione del futuro come ciò che non si sa, esso è consegnato al profeta nello stesso momento in cui lo si respinge sdegnati. “Il futuro non appare più informe e indefinibile” afferma Spengler: questo è il senso del suo colpo di mano sul futuro. Il primato del futuro è la rivelazione rimossa dello sfacelo universale.
Nella decadenza si vede la finis mundi come cosa che ci riguarda. Per chi voglia sentire da questo orecchio e non la solita campana, Spengler è colui il quale vive nella perpetua visione di Umsturzungen und Ruinen, di sconvolgimenti e rovine, e per un nulla la fine del mondo non diventa il tema centrale delle sue riflessioni. In realtà questo paradigma, nella filosofia moderna, si è smarrito; non è più, dopo la Stoa, uno dei grandi temi della filosofia occidentale. Ma il brivido degli “inizi” non coglie il filosofo smaliziato che vede invece il “destino” del pensiero in ciò che esso è diventato.
Spengler non divenne dunque il filosofo della fine del mondo. All’interno di questi accenti comunque si coglie quello dominante, l’accento neoplatonico: l’estinguersi della forza dell’anima nella Zivilisation dominata dall’estensione-molteplicità che prevale sull’uno-durata. Come nel neoplatonismo, la nostalgia del ritorno ossessiona il Tramonto dell’Occidente, che rappresenta la ripetizione delle Enneadi al livello della storia. Con l’anima della Kultur al posto dell’anima del mondo. Tramonto dell’Occidente – Enneadi. In entrambi la linea del declino è netta e splendente come una cascata, come un guizzo di luce il cui spegnersi repentino illumina per un istante la finis mundi. Non si può resistere a questa immensa forza che si disfa. Ogni ritorno è proibito. La linea della discesa è quella della massima distanza dall’inizio. Nessun ritorno. Ma è nell’andare avanti che si compie il tramonto.
Lo stesso progresso è la marcia trionfale verso la fine. Decadenza e progresso marciano nella stessa direzione. Entrambi avversano il “ritorno”, il nostalgico volgersi all’indietro. Scontano entrambi l’allontanamento dalle origini come irreversibile. Il progresso dà compimento alla decadenza. Il blocco del ritorno, la scelta dell’ineluttabile destino, viene a espellere la nostalgia, che conserva però in Spengler il tradizionale valore. La conclusione che non c’è ritorno deve spezzare l’amarezza della conclusione medesima. Ogni ritorno è ritorno all’illusione; questo sigilla il coraggio di decadere.


Manlio Sgalambro, Non sparate sul profeta in “la Repubblica”, 29-30 dicembre 1991 – Collegamento esterno

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