La furia del bene

Democrazia e Diritto

Vuoi il bene? ma di chi, di quel mirmillone? o di quell’altro demente? Agisci bene, ti si dice, ma solo per ragioni generali, non per questo o per quello. Ma se vuoi il bene, tu attenti al Principio, all’essere; neghi, così come lo puoi, Dio stesso. Investi della tua ira l’intero essere. In quel preciso punto hai fatto un minutissimo varco. Hai prodotto una incrinatura. Forse non vi passerà nessuno, forse una torma. Ma per un momento l’essere è in pericolo; col tuo piccolo bene l’hai messo in forse, traballa, è scosso… Se vuoi il bene, grande magari quanto un granello di senape, scateni il subisso del mondo, distruggi l’essere, attenti a Dio – ma proprio per questo vuoi il bene.
La maledizione del bene è che esso si avventa come una belva, quindi chi vuole carezze se ne stia alla larga. Il bene è l’irrompere di qualcosa che non dà tregua all’essere come se gli fosse contro. Esso contiene il «male», o ciò che l’uomo, nei suoi ristretti limiti, vede come tale. La ferocia del bene è il balzo della tigre che azzanna, non la carezza del cuore buono. Se ne ricordi il perché: per il bene l’essere ciò che non deve essere.
Bisogna pensare l’idea del bene in modo che in essa ci sia la collera, la forza negativa del male, l’assoluto sconcerto davanti al vagito di un neonato, la furia omicida e la volontà che l’altro non muoia. Riferita all’individuo, invero, l’idea del bene è un movimento inverso a quello della morte. Volere che l’altro non muoia: questa è la futilità del bene e la sua inettitudine. Ma quando scocca codesta scintilla e davanti a un altro si prova inesorabilmente questo sentimento, il volere, già beffato in partenza, che egli non muoia, mentre si prova ugualmente tutta l’inefficacia di esso e ci si strugge, compare attraverso le strette fessure che le sono lasciate, e si apre un varco, l’idea del bene. Il bene, dunque, è il contrario della morte. Ma non è la vita. Perché il bene è tale nel momento in cui ci sorprende e affligge l’idea che un altro morrà. Solo allora, infatti, può scaturire il volere, tenace e inutile, che non «debba» morire.
Com’è possibile tuttavia che si voglia il bene di un altro? Sta nella risposta la chiave del problema: che questa belva voglia il bene di un altro. Ciò avviene perché l’altro e io siamo gli stessi? Al contrario, non v’è abisso maggiore di quello che può esservi tra due esseri. Eppure io voglio il bene di un altro. O meglio, come un ciclone passa sopra le nostre teste il bene e contro la mia volontà mi costringe a «volere» il bene di un altro. Se io e l’altro fossimo la stessa cosa, allora il bene sarebbe la cosa più facile del mondo. Ma proprio perché c’è il crepaccio più profondo che esso è il «bene». Che io faccia del bene a un altro dunque la cosa più difficile del mondo e nel tempo stesso la più facile. Ma è la più facile perché c’è qualcosa che mi obbliga a farlo; anzi nemmeno mi obbliga ma mi spinge alle spalle come se mi volesse buttare in un precipizio. Così arriva dunque il bene, come se ci volesse assassinare. Come un urto alle spalle dato con tale forza che spinge verso l’altro anche se ci divide un crepaccio.
La prima definizione che il bene riceve è che esso sia ciò che uno desidera. Il bene non sarebbe ciò che porta dappertutto disordine e perciò dobbiamo starne in guardia. La prima grande impresa della civiltà non è l’addomesticamento degli animali, della natura che ci circonda, il dominio su di essa, ma di essersi impadronita del bene, civilizzandolo.
Quale sia il fondamento del bene non può esserci risparmiato dal saperlo. Il rilievo metafisico sta nel fatto che veramente non si sa da dove esso viene. Il sorprendente è proprio questo. Qui la metafisica sfoggia la sua consueta abilità sola nell’additare il mistero. Il bene è misterioso. Questo non dice nulla: ma chi ha orecchie, intende. Che esso non è collegato al Principio, anzitutto. Che piuttosto ne è la negazione. Con esso ci garantiamo il nostro posto nel mondo. Siamo chi siamo. In qualche modo noi siamo solo i suoi mossieri. Battiamo i rituali colpi di mazza ed esso compare. Ma che ha a che fare con noi? Non siamo trasportati, sul vento del suo apparire, lontani sia dal Principio ma anche da noi stessi? O forse non riconosciamo ciò che ci appartiene? Ma nessuno è padrone del bene. Non costituisce nemmeno la vetta del significato dell’esistenza, come invece fu ritenuto. Anzi qui c’è puzza di «pratica», di bisognini. Perché, a dir vero, se una speranza si avesse ancora, non appena compare il bene scomparirebbe del tutto. Il bene cade su noi come una pioggia rovente, come una violenza che ci vien fatta. Colui che sopravvive all’urto, ebbene questi è il consacrato, l’unto. E veramente potrà dirsi padrone di quell’istante. Ma dovrà aggiustarsi a trovare tutto lì, in questo «luogo», e poi adattarsi a ritornare miserabile e mendico come prima. Nell’istante, sfiorato dalle ali del bene, persino su Dio, sull’orrido principio, sul quotidiano tormento del nascere, su tutto cade il nepente ed essi come imprigionati da catene, non possono agire, come se li avessimo annullati, ma poi tutto ritorna come prima e daccapo Dio ci ingoia, e di nuovo la nascita ci sorprende e ci beffa, e di nuovo siamo sospinti all’affanno della vita. Se si vuol dire in altro modo, il miserabile essere trionfa su tutti i nostri sforzi e si svela l’impossibile nulla come vano. Ma, da dove dunque il bene? Ci appaghiamo dicendo: mistero. Per chi sente la sua forza, il tuono assordante che scuote la propria miserabile carcassa al suo apparire, e l’essere stesso in pericolo, per costui la parola bene è misteriosa. Ma gli pare, tuttavia, di riceverne luce.
La furia del bene dilaga attorno come un elemento cosmico, una tempesta, un fulmine zigzagante, il sorgere del giorno. O attraverso se stessi, come semplice mezzo, un’occasione, qualcosa trovato per caso, mentre esso infuria e impazza e ti scaglia verso un altro, verso una cosa, verso un cane che guaisce, verso il tuo nemico mortale. Spira così il bene, senza che si sappia da dove viene e dove va.


Manlio Sgalambro, La furia del bene in “Democrazia e Diritto”, XXIX, n. 3, maggio-giugno 1989, pp. 59-61

I commenti sono chiusi.