I funzionari dell’eternità

Benedetto Spinoza

Benedetto Spinoza

Meditazioni provinciali

Distrazioni. Queste assenze da sé sono odiose. Vi si sfiora l’alito fetido della morte. Sì, quella bella ragazza che ride come una folle, appagata e «felice», sa essa che in questo stesso momento è sfiorata dai vermi? Dov’è la coscienza che con la continuità della sua presenza assicura quella vita che essa vuole, costi quel che costi? Questi vuoti sembrano agli sprovveduti il culmine e invece in quel momento si tocca il fondo più basso di ciò che tuttavia si sarebbe voluto esaltare. Solo una costante attenzione può dare quello che si vorrebbe raggiungere invece con la distrazione. Lo giuriamo su Malebranche.

Luogo natale. Si torna al luogo natale con sentimenti diversi sui quali predomina una specie di astio per quello che ci riguardò da vicino o che tocca a fondo la nostra origine. Vi fummo scimmiette che saltellavano tra le sbarre a cui si davano cocco e banane. Apprendemmo lì i primi rudimenti della vita – sesso, denaro, cristianesimo – mentre dai cadaveri, esposti nella stanza più bella, vedemmo la bruttezza della morte. Capimmo quanto entrambe fossero vili. Sì, questo apprendemmo ed altro del genere. Certo il luogo natale ci insegnò a vivere, eccome, ma non l’avremmo voluto.

Vecchia scrivania. Il piano rivestito di panno verde come un tavolo da giuoco. Un porta calamaio, con intinta una penna rosa pallido. I cassetti allineati su due file laterali si elevano come due colonne finendo in due piccole scanzie dove stavano i libri. Il tiretto centrale conteneva sottili fogli di carta bianchissima, invitante e altre leccornie: pennini, asticciole multicolore. Due colonne di cassetti a scendere abbracciavano le gambe di chi vi si sedeva. Chi scrive vi prese i primi appunti della sua vita, fu difficile tramutare sensazioni appena nascenti in cose scritte. Quella scrivania allora ignorata torna ora alla mente come qualcosa di possente e di giusto. Se avesse appreso a fabbricare objets invece che pensieri.

Lettere. L’atto di imbucare una lettera fa pensare, solitamente con fastidio, al tempo che impiegherà ad arrivare. Ma il tempo è la categoria stessa della lettera la cui attesa è il modo medesimo di assaporare l’arrivo. L’attesa è insomma il suo modo stesso di esistenza. Chi dunque ha premura non è fatto per scrivere né per ricevere lettere. L’amatore l’infila nella busta come in una sacra custodia, poi la chiude come se dovesse restarvi per secoli, quindi l’imbuca con le sue mani. (Solo il volgare ritiene che chiunque possa imbucare una lettera!). Quando poi ne riceve una, non la apre con fretta, spiegazzandola ignobilmente – riuscendo a fare ciò che lo spazio percorso non riuscì – ma anzitutto la mette da parte, quasi la facesse riposare dal viaggio e finalmente, il gran momento.

Superstizione. La superstizione, di cui si è imparato tanto bene a vergognarsi, collega direttamente alla preistoria nella quale l’immagine di una Essenza universale ha il suo ambito naturale, anche se se ne fa attendere il concetto. Nella grande opera di Klages, Der Geist als Widersacher der Seele (Lo spirito come avversario dell’anima) sta scritto: «Quanto alla superstizione e alla fantasia, non si deve dimenticare che l’essersene liberati è solo il dubbio privilegio delle “persone colte”, mentre in entrambe ci imbattiamo tanto più profondamente, quanto più scendiamo al livello della coscienza popolare, ed è lì soltanto che troviamo i fili che ci riallacciano alla preistoria umana». In queste parole il collegamento dell’immagine direttamente alla preistoria funziona da fattispecie. Essa stabilisce i diritti della superstizione su ogni religione «progredita». La divinità delle querce celtiche – inaccessibile all’uomo «religioso» moderno – assieme al brivido fluidico che viene giù dalle frusciante cime.

Saltimbanchi. La storia, a cui anche la filosofia si rimanda, la mette a balia del tempo, come un’eterna bambina che lo storico accudisce severo e comprensivo. Vuoi afferrare un concetto, la sua durezza? Ma ne prendi l’ombra. Si tratta di pensieri collocati nell’ambito mitteleuropeo, o tipici del periodo weimeriano, id est ormai improponibili; cose che hanno fatto il loro tempo. Ascolti Spinoza: «Ego non præsumo, me optimam invenisse philosophiam sed veram me intelligere scio». Ma subito viene la storia della filosofia e rimette tutto a posto. Spinoza è ingenuo mentre chiunque sappia che la propria filosofia non è né unica né vera, no. Hic Rhodus, hic saltus

Niente più da pensare. La «wissenschaftliche Klarheit», la «chiarezza scientifica», che secondo il programma annunciato da Husserl nella Filosofia come scienza rigorosa, doveva illuminare la grande impresa della trasformazione del caos in cosmos, mediante la scienza, nella delusa Krisis rischiara malinconicamente lo slogan con cui il tardo Husserl pubblicizza i prodotti di ciò che resta nella «scienza rigorosa»: «Sie verbrauchen sich nicht, sie sind unvergänglich», «non si consumano mai, sono definitivi». Il filosofo ut sic deve produrre «idee» come compito infinito (termine prediletto da Husserl); l’immortalità gli è così assicurata insieme all’immortalità della «intenzione» di cui si proclama funzionario a vita. Eguale eternità è garantita al pensiero, ma a spese della verità se è possibile, per intanto, che davanti alla verità non ci sia più niente da pensare.


Manlio Sgalambro, I funzionari dell’eternità in “La Sicilia”, 12 marzo 1988, p. 3

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