Tristesse

Meditazioni provinciali

Teoria della provincia… Si capitava in un bar…: così il «c’era una volta» investe la propria vita e la piega, riluttante, al ricordo. (Rammentando quei discorsi solenni che bruciavano anzitempo i nostri nervi da zigani…). Il termine «problema», così paludato, non riusciva ad esprimere tutta la passione che si celava dietro le mosse cadenzate del discorrere. Si parlava senza forma. Mille vibrazioni si condensavano in un cenno. Feriti dalla vita: così si diceva. Ma già solo una esperta coscienza, una puttana coscienza, ne metteva a nudo le punte di ferro…
O provincia, provincia, la nostra ignoranza quanto sapere ci inflisse e come colpì!

Strade. Ci si trascina di notte per le strade e si parla tra sé. Il dialogo alligna di giorno e risente dei suoi traffici ignobili. Di notte si monologa. Come dei re.

Biedermeier. Nella anodina quiete, fratta nella quotidiana mestizia degli atti, proprio come sepoltura, come fu descritto, così s’avvera il vaticinio che vi si collega a rispettosa distanza: il vaticino sull’amore. Negli atti più osservanti, nello spento fuoco del rito sessuale, l’eros più sfrenato si irrigidisce nel sepolcro che l’invera. Lo stesso bacio, l’ebete momento in cui sfrigola la carne come se prendesse fuoco, perde l’aura incantata, o meglio acquista una severa forma quasi scolpita, e freddo è infatti il marmo di cui increspa le labbra. Ma in questa non vita si redime la vita e ciò che inorridisce i volgari, l’abitudine di un lungo sodalizio, resta invece il momento in cui culmina l’esistenza in due.

Opera interrotta. Quando i messaggeri domestici, gli angeli senza ali, chiamano con rauche tube di piombo, allora quel che si è potuto fare in un momento di benevolo favore non oppone più alcuna resistenza. E tutto ciò per seguire la vita e il suo sciocco apparire. Più tardi, si rimettono assieme i frantumi e sembra che non sia accaduto niente. Ma in realtà qualcosa s’è perduto per sempre. La sciocca vita se l’è portato con sé.

Pudore… Dov’è oggi quel segreto nascondersi richiesto una volta dal pudore del pensare? Neppure il volto ne lasciava scorgere i segni per timore che lo tradissero. Momento dolcissimo nella vita di un pensatore, era custodito come il segreto di un’anima confidente. Sorpreso sul fatto egli arrossiva e un balbettio confuso subentrava a quella timida cascata di cose preziose… Fin quando il riserbo ne guiderà i modi e le guise, come l’aria leggera guida la foglia e la pioggia delicatamente sulla terra accogliente, sempre questo sarà «pensare».

La morte dell’amico. L’amico d’infanzia che muore mutila la nostra adolescenza che, nel ricordo, si pensa indisgiungibile. Eppure non siamo, forse, solo ciò che resta da questo massacro? Veramente noi stessi solo allora? Non nasceremo veramente quando tutti coloro che ci furono cari lungo la vita saranno scomparsi? Quando rimarremo soli sapremo finalmente di noi e ciò che fummo si vedrà in ciò che saremo. Così, quando muore un amico, qualcosa si accompagna al cordoglio, qualcosa che ci consola e forse anche un guizzo di gioia. Ancora una tappa è percorsa verso ciò che veramente saremo quando saremo soli.

Questuante. Di questo eroe di tutti i tempi si indovina il segreto quando nel muto gesto di stendere la mano non la richiesta di pietà si scorge, che lo stesso gesto ferma severo, ma solo di un po’ di denaro; solo un po’, non più. In questo «non più» sta la dignità del questuante e sulla punta delle sue dita una dottrina di vita.

La morte del sole. Il malato di nervi Schreber vede in uno stesso contesto l’unità funzionale di Dio e del sole: «Sulla base delle mie esperienze interiori – egli scrive nelle sue Memorie – è… fuori dubbio che anche la nostra astronomia non ha ancora raccolto la verità intera riguardo all’energia luminosa e calorifica delle stelle e in particolare del nostro sole». Dio – annota ancora – provvede alla possibilità della conservazione «solo mediante la continuità del sole» ma, aggiunge, «die Sonne ist eine Hure», «il sole è una puttana». In ciò si prende coscienza della morte del sole che guarisce l’individuo mentre lo inabissa nella stessa malattia dell’universo.

Misericordia. Una compassione a cui non è estranea l’ira è più giusto chiamare quel gesto che fa porre se stesso al posto di un altro nel sacrificio o nel semplice posporsi. La misura della propria ferocia, non sottaciuta, dà la misura dell’altro e di noi riportati alla nostra antica essenza. Un misto di ferocia repressa e di pena. Il gesto di pietà, distaccato e stizzoso, conferma che si è strappato qualcosa che non si doveva alla più giusta durezza.

Prix du progrès. Mentre dalla caduta della grande speculazione resta solo il tanto celebrato silenzio, bisogna porgere orecchio alle chiacchiere. È una Florry Talbot che, nell’Ulisse, spettegola col tono garrulo con cui la vecchia comare si innalza al livello delle più celebrate filosofie dell’epoca: «The say the last day is coming this summer», «Si dice che questa estate ci sarà la fine del mondo». Nello stesso anno in cui Baudelaire muore, lascia annotato: «Il mondo sta per finire». È il prix du progrès. La coscienza occidentale arriva allo stesso punto da cui partì quando non era nemmeno sicura che l’indomani sarebbe sorto ancora il sole. Ma ora come «progresso».


Manlio Sgalambro, Tristesse in “La Sicilia”, 9 gennaio 1988

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