Piccoli pezzi per piccola estetica

Piccoli pezzi per piccola estetica

Franz Kafka

Meditazioni provinciali

È stata sempre la bruttezza del mondo a dare una mano alla bellezza dell’arte. La bellezza prova che un mondo diverso era possibile; solo che non lo è più. Nell’arte entra tutto ciò che esiste ma privo di esistenza e la vita, in essa, è altra da quella che passa per tale. L’infelicità e il dolore, consueti nell’arte, non sono quelli che la realtà infligge ma evocano qualcosa che li fa apparire persino desiderabili. Chi non ha sognato qualche volta di essere Werther, Raskolnikov o Anna Karenina? Su loro si abbatté il destino, ma esso era di carta.

Di Kafka non si dovrebbe parlare. La sua opera attende ancora che sia rispettato il divieto che ne emana ma che non venne eseguito. Essa invece è preda degli interpreti, in proporzione al suo presunto enigma. Là dove richiederebbe una critica apofatica che dicesse solo ciò che non è. Leggere fissando con occhi sbarrati le righe e ammutolire: così si dovrebbe accostare. «Io non lo leggo per leggere, bensì per riposare sul suo petto», dice Kafka di Strindberg. Che confidente abbandono! Ma questa intimità con Kafka non è permessa. Qualcosa ammutolisce a non tentarlo e punisce il temerario. Distillarne pensieri, strappargli filosofemi, cozza contro la stessa morbidezza del testo che non lo concede perché lo concede troppo. In Kafka non si trovano pensieri e la stessa realtà è come scomparsa da tempo. «Io percepisco le cose in rappresentazioni così labili – si legge in Descrizione di una battaglia – da credere che esse siano un tempo esistite e che ora precipitino». Ma lo stadio di disfacimento dà come un impulso alla conoscenza. Lo stato di sfacelo delle cose lascia intravedere l’in sé, che la loro buona salute occultava.
Per i cercatori di pensieri, una scialba raccolta di aforismi ne dice la misura. Qui stesso si parla del male in contrasto col grandioso concetto che invece v’è nella sua opera. «Il male – vi si dice – è una emanazione della coscienza umana… Non tanto il mondo sensibile è parvenza, bensì ciò che vi è in esso di male». Il male sarebbe dunque la causa, soltanto umana, della parvenza del mondo. Ciò urta contro il senso della sua opera secondo cui il male è piuttosto al di là dell’umano. Tenersi stretti a essa protegge dallo stesso Kafka. Se l’opera di Kafka accenna a un ordine teologico, questo è privo però del requisito essenziale che lo vuole legato al Bene. Solo per un soffio esso non è la forza malvagia stessa. Ma benevolo lo stesso Kafka ci dice: non è altro che arte, arte e nulla più.

Ogni introduzione alla poesia ne conduce fuori. Questo movimento indicherebbe una sorta di trascendenza, o piuttosto la tensione suicida al di là di sé stessa. La foia del poeta per la vita è pure conosciuta. Egli non si appaga del suo marmo. Parlare dunque di poesia sarebbe parlare d’altro. Persino di una concezione del mondo. Come se questa valesse di più che avere restituito una sensazione alla sua legittimità.

La furiosa vita il cui impulso, la brama grandiosa, segnano le epoche di grandezza nelle quali la vitalità travolge ogni rapporto e si installa nella sua potenza febbrile, si spegne oggi progressivamente in rapporti assodati, come nelle cose. Gli stessi punti nei quali prima la vita segnava col suo pulsare i luoghi della sua presenza, si avviano verso un’apatica discesa. Una stanchezza totale avvolge il suo lento disporsi nelle forme che l’imprigionano e la neutralizzano. Là dove essa per momenti rivive, ha l’andamento del soprassalto, del tumultuoso furore. Sempre più, dove essa ancora si manifesta, si manifesta solamente come guizzo, come si presenta tutto ciò che sta per finire. L’arte diventa così un privilegiato momento, un’estasi in cui avviene come un’unione con le cose, come un ultimo abbraccio. Essa ci risparmia così la religione e le sue tristezze.

In poesia si vive una volta sola: guai alle poesie che si ricordano. La buona poesia si consuma in un istante. Un attimo dopo non c’è più.

Una metaforizzazione totale incombe sul mondo. A essa la cattiva poesia dà volentieri una mano. Un idealismo di patetiche immagini si fa sotto compunto; un sottile cristallo che la realtà onnipotente rompe toccandolo appena. Come Loos vede da lontano l’era degli oggetti lisci e denuncia l’ornamento come delitto, così la metafora è l’attuale delitto contro l’umanità commesso, come si sa, per spirito umanitario. Le metafore poetiche e quelle dei linguaggi urbani si intrecciano e si confondono nella fantasmagoria quotidiana. Come nelle più viete filosofie che imboccano la “terminologia filosofica” come ultima ratio, così il “linguaggio poetico” viene rifilato all’inquilino della terra promessa.

Non si propongano metafore – questi concetti vergognosi di sé stessi. Forse il poeta pensa che così infonde linfa a qualcosa di inerte? È il solito equivoco sulla vita? O forse non sa cos’è un concetto – i suoi echi, le sue sonorità… – che appare grigio solo in superficie?

È nel momento in cui il flusso della vita si arresta che si fissano come si deve gli occhi clandestini del poeta. La contemplazione, alla quale una volta furono elargite candide visioni, è ormai sola a mostrare ciò per cui il vivere ostile non dà tempo. Essa non è che lo sguardo impietrito di chi si ferma a guardare invece di passare oltre; lo sguardo reso immobile da ciò che vede. Ogni poesia è un arresto e il gesto di allinearlo non mira au plaisir du texte ma dispone a vedere essenze come manciate di fiori.

Una poetica che si controlla impedisce l’intrusione della «creatività» là dove i giochi sono fatti. Essa segna il punto in cui l’intelligenza si disfa beata. Non prepara alla «catarsi» del filisteo ma a una quieta dissoluzione.

Non ci interessa cosa pensa il poeta, ma il mondo delle sensazioni che si arricchisce, questo ci interessa. Attraverso parole, sentire, palpare con sensuale ma inequivoco tatto le cose. L’atto infine misterioso del vedere si impadronisce di ciò che ha attorno. Uno splendido sguardo si dirama su tutto, ma come umiliato come se non volesse. Chiunque aggiunga del bello a questo mondo è colpevole.


Manlio Sgalambro, Piccoli pezzi per piccola estetica in “La Sicilia”, 16 dicembre 1987, p. 3

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