Nečaev

Incidenza

Quel che attira la nostra attenzione su Nečaev è anzitutto la sua stessa esistenza; il suo essere apparso in un momento straordinario e la parte sostenutavi. Egli sostenta tutti, non appaga nessuno; ma è il suo compito. Tradisce gli amici, viola ogni fedeltà, uccide infine un suo compagno; ma egli vuole rappresentare proprio lo scompiglio, vuole essere lo stesso disordine. A quale intento ubbidisce? Quale decisione gli consente di farlo con tanta serenità, con tanto abbandono?
In una lettera Bakunin scrive di lui: «Se l’avete presentato a un amico, la sua prima cura sarà di seminare la discordia contro di voi… Il vostro amico ha una moglie, una figlia, egli tenterà di sedurla, di ingravidarla, per strapparla alla moralità ufficiale e gettarla in una protesta rivoluzionaria forzata contro la società». È Nečaev stesso a darci il motivo di tutto; nel Catechismo del rivoluzionario (che scrive assieme a Bakunin) egli dirà: «Il rivoluzionario è un uomo perduto… Nella profondità del suo essere, non soltanto a parole ma di fatto, egli ha rotto ogni legame con l’ordinamento civile, con tutto il mondo colto e tutte le leggi, le convenzioni, le condizioni generalmente accettate, e con l’etica di quel mondo. Sarà per esso un nemico implacabile e se continuerà a viverci, sarà soltanto per distruggerlo più fattivamente».
Né Marx né Engels vogliono sapere di questo «assassino vulgaris» (Carteggio Marx-Engels, trad. it., vol. VI, p. 92), ma impassibile egli si richiama anche a loro. Ancora un imbroglio? Una viltà tra le tante altre? Una contraddizione di cui non si accorge? In realtà egli non può fare altrimenti ma sa che nessuno può volerlo. Né Bakunin né Marx. Un giorno, forse; ma oggi, quest’oggi da cui egli è stregato, un oggi quasi senza dimensioni, un oggi di cui vede solo ciò che deve distruggere, oggi non può volerlo nessuno; non deve volerlo nessuno. Egli non ammette intermundia: amicizia, onore, amore: nessuna di queste cose deve salvarsi affinché non ci si salvi più in nessuna di essi. Ed è ai bordelli, alle osterie, alla strada che egli mira, non alle fabbriche; è sui miserabili, sugli infelici che conta per questa distruzione che progetta. Un uomo perduto: egli si è definito.
Ma quello che ci mette immediatamente in situazione davanti a Nečaev resta il suo delitto. Gettati in un atto del genere, è impossibile limitarsi a parlarne. Se è vero quello che egli dirà, che l’ha fatto per noi, è un nodo inestricabile dove siamo nello stesso tempo giudici e colpevoli. I fatti sono noti. Cannac, in un capitolo del suo libro – Netchaiev, du nihilisme au terrorisme (Payot, Parigi, 1961) – li ricostruisce minuziosamente. Ivanov, membro della Società dell’Ascia “fondata” da Nečaev, mette in dubbio l’esistenza del comitato centrale rivoluzionario in nome di cui Nečaev diceva di agire, mette in dubbio l’esistenza delle cellule di cui parlava, lo accusa di menzogna. Le accuse erano esatte ma ammetterlo, commenta Cannac, era impossibile: «rari sarebbero stati coloro, egli credeva, la cui fede rivoluzionaria avrebbe potuto sopravvivere a una tale rivelazione». Da qui la sua decisione: attira Ivanov in un tranello e lo uccide. Questi i fatti, questa la conclusione di Cannac: «A dispetto dei titoli incontestabili con i quali egli compare davanti alla storia, la sua figura rimane oscurata da un crimine di cui egli ha aggravato il significato tentando di giustificarlo in nome di principi che, a sentirlo, dovevano costituire il credo di ogni rivoluzionario».
Indubbiamente non vi sono mezzi termini: o ci troviamo davanti ad un volgare assassino o davanti a chi ha posto, vivendolo e facendolo vivere sino all’estremo, il problema della fede rivoluzionaria. Nel Catechismo troviamo ancora ripetuto: «Il rivoluzionario è un uomo perduto. Egli non deve avere relazioni personali, né cose o esseri amati. Dovrà spogliarsi anche del suo nome. Tutto in lui deve concentrarsi in una sola passione: la rivoluzione». In queste parole vi è il suo atto e non la giustificazione di esso. Per chi si muove tra i giudizi di fatto, il comitato centrale, le cellule, non esistono; agli occhi dell’incredulo solo menzogne. Impegnato dunque a suscitare una fede in una rivoluzione impossibile quello di Nečaev è il problema di Pascal: una prova che sia un atto. Ma se egli ha ucciso per questo, noi dobbiamo ricordare a Cannac le parole di Kierkegaard: «se la fede non può giustificare il fatto di volere uccidere il proprio figlio, Abramo cade sotto il giudizio comune»; se esse possono valere per Nečaev è che anch’egli e quelli a cui si rivolge sono impegnati a credere in una rivoluzione che non ha per loro nessuna evidenza oltre quella di sempre – miseria, oppressione, sofferenza – e si sorregge perciò interamente sul loro credo quia absurdum.
Camus aveva osservato: Nečaev che non ha attentato alla vita di nessun tiranno, uccide invece un compagno. Sappiamo quello che egli vuole dirci; ma anche Abramo, che non ha ucciso nessuno, tenta di uccidere il proprio figlio. Vediamo bene le intenzioni di Cannac, che poi sono quelle stesse di Camus: entrambi vogliono togliere a Nečaev il suo delitto. Ma per parlare di Nečaev bisogna prenderlo in carico; si può capirlo o no, non si può toglierglielo.


Manlio Sgalambro, Nečaev in “Incidenza”, VIII, n. 6, novembre-dicembre 1966, pp. 60-63

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